CHI SUONERÀ LE CAMPANE DOMANI?
di Niccolò Poli e Linda Tropea
Le campane suonano, ma spesso è lo stesso sacerdote a doverle rincorrere. Una messa a valle, una in collina, un funerale improvviso. I don devono dividersi fra tre, quattro, a volte anche sette parrocchie. Il calo dei seminaristi, soprattutto nel Nord Italia, è evidente. I dati non lasciano spazio all’interpretazione. E trovare chi suonerà le campane nei prossimi anni sarà sempre più difficile.
Secondo un’indagine promossa dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), il numero di sacerdoti in Italia è in costante diminuzione dal 1990: 38.000 allora, 31.800 oggi, con una flessione quindi del 16%. E ogni parroco ha in media la responsabilità di 1,7 comunità e di oltre 4000 fedeli. Con i loro dubbi, le loro richieste e i loro problemi.
A causa anche di questo, i preti sono costretti oggi a fare i pendolari e muoversi continuamente in macchina da un paese all’altro per servire le diverse parrocchie a loro carico, che possono essere anche molto distanti tra di loro. Il costante calo di sacerdoti nel nostro Paese ha delle ripercussioni non solo da un punto di vista religioso, ma anche sociale. Se anni fa, specialmente nel dopoguerra, ogni piccolo paese d’Italia aveva il prete come punto di riferimento di quella singola realtà, oggi non è più così. E in questo senso il rischio maggiore è quello che si crei sempre un minor legame tra il sacerdote e il singolo fedele.
Una situazione che sta diventando sempre più difficile da gestire per i singoli preti. Anche perché, al contrario, il numero di fedeli non è in decrescita, anzi. Secondo una ricerca condotta dalla Censis per conto dalla Cei, nel nostro Paese si definisce infatti cattolico ancora il 71% delle persone.
Preti-tassisti
Tra i requisiti richiesti oggi per diventare prete, oltre a quello della vocazione, sembra quasi necessaria anche la patente. Luca Massari, giovane sacerdote di 39 anni, ha la gestione di 7 parrocchie della Diocesi di Pavia e la responsabilità di oltre 8000 fedeli: «A volte mi sento anche un po’ un tassista, oltre che prete», racconta mentre percorre per la quarta volta in un giorno il tratto tra Chignolo Po e Alberone, due delle comunità che serve. «Passo a prendere i bambini a casa e li porto in oratorio, vado a prendere a casa di una signora una torta per la festa di compleanno. Macino diversi chilometri ogni giorno per spostarmi da una parrocchia all’altra. In inverno in macchina, in estate invece in bicicletta», ci spiega.
Il percorso di don Luca Massari tra le sue sette parrocchie nel pavese
Gli impegni sono sempre tanti: il telefono non smette mai di squillare e l’auto è sempre in movimento: «Il mestiere del prete è anche questo. La macchina è un po’ una sacrestia, un po’ un confessionale», dice Massari. A causa di questi continui spostamenti, i ritardi alcune volte sembrano inevitabili: «Io sono ritardatario già spesso di mio. Ma con le messe mi faccio qualche scrupolo in più, mi dispiace arrivare tardi».
Le giornate trascorrono tra casa, macchina e Chiesa: «Bisogna farsi delle nuove domande sul modo di intendere la chiesa. Ci sono sempre meno preti, quindi non è possibile per il futuro replicare un modello vecchio, impregnato sulla figura del sacerdote. Anche perché da un punto di vista storico non è sempre stato così. Alle origini il cristianesimo era fondato più sul concetto di comunità, che sul singolo. L’ekklesia era il luogo dove la fede poteva essere vissuta nella sua totalità».
Il calo di vocazione nei giovani
Da decenni sempre meno ragazzi decidono di entrare in Seminario e infatti l’età media dei sacerdoti si attesta oggi intorno ai 60 anni. I dati dicono che dal 2018 in poi i novelli presbiteri sono sempre stati meno di 400. E che addirittura, secondo un dossier pubblicato da “La scuola cattolica” (la rivista teologica del seminario arcivescovile di Milano), nel capoluogo lombardo nel 2040 i preti sotto i 40 anni saranno solo una decina.
Chi invece ha deciso di diventare prete a 20 anni è Filippo Formica. Dopo gli studi classici e una laurea in Architettura al Politecnico di Milano, Formica ha infatti sentito che la sua strada non era quella delle matite, delle tavole da disegno e dei compassi, bensì quella della Bibbia e ha deciso di entrare in seminario a Cremona: «Questa scelta è partita da un percorso di fede cominciato nel periodo dell’adolescenza», racconta. «Ho vissuto esperienze particolarmente significative che mi hanno fatto fiutare e scoprire la presenza di Dio nella mia vita. Stare in Seminario mi permette di poter vivere al massimo la mia fede e trasmetterla ad altri».
Gli ingressi in Seminario però sono sempre meno e in generale i giovani sono oggi lontani dalla Chiesa: «Ci sono diverse cause», continua Formica. «Ma un aspetto che scoraggia i giovani nell’avvicinarsi al messaggio cristiano è il linguaggio e l’approccio che la Chiesa usa, con alcuni schemi in ambito pastorale di tipo ottocentesco che non sono stati più rivisti». E allora come riavvicinarli? «Con quattro parole chiave: interesse, gratuità, perdono e testimonianza. Ci tengo a dire che il cristianesimo è una religione per giovani, non per vecchi. Gli apostoli avevano una ventina d’anni», spiega Formica sorridendo.
L’importanza dei laici
È vero anche che il rapporto dei giovani con la Chiesa non si esaurisce solo nella scelta del seminario: esistono percorsi diversi, altrettanto profondi, in cui la fede si traduce in impegno, riflessione e responsabilità all’interno della comunità, pur senza sfociare nella vocazione sacerdotale. È in questo spazio intermedio che si collocano esperienze come quella di chi, pur sentendosi chiamato a seguire il messaggio cristiano, vive la propria vocazione in forme differenti. E magari diventa responsabile della pastorale giovanile. Si tratta di un percorso che nasce nella prima adolescenza, quando ci si riconosce nelle proposte, nelle attività comunitarie, nelle dinamiche che un parroco o una parrocchia sanno generare attorno alla vita dei ragazzi.
Michele Dalla Serra è responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Bolzano-Bressanone. Cresciuto nella comunità di via Visitazione, ricorda con naturalezza l’importanza delle estati trascorse ai campi scuola e degli incontri settimanali di catechesi: «Era un ambiente sano, in cui c’era gente che sentivo che mi voleva bene». Eppure, anche se ha sempre amato profondamente la teologia (tanto da studiarla all’università), non si è mai sentito chiamato al sacerdozio: «Mi piacerebbe avere una famiglia. E sento che diventare prete limiterebbe la libertà di andare dove voglio. Non è quella la mia vocazione». Di ciò che la Chiesa gli ha trasmesso, Michele custodisce soprattutto il valore simbolico della croce come relazione verticale tra l’essere umano e Dio, e orizzontale tra uomo e uomo: «Per essere cattolici bisogna esserlo con gli altri». Le comunità parrocchiali funzionano anche molto grazie all’impegno dei laici. «Abbiamo un gruppo WhatsApp per i lettori, un altro per i ministri straordinari dell’eucaristia, e trasmettiamo la messa del sabato sera in streaming», racconta Dalla Serra. Le tecnologie, che fino a qualche anno fa sembravano estranee alle liturgie, oggi facilitano l’organizzazione e ampliano la partecipazione dei fedeli. La parrocchia ha infatti iniziato a trasmettere le dirette streaming della messa su YouTube, con visualizzazioni che raggiungono le quattrocento a celebrazione.
La questione del celibato
Ma le difficoltà restano. Il calo dei fedeli, il crollo dei matrimoni religiosi sostituiti da quelli civili e un contesto sociale che percepisce la scelta del sacerdozio come limitante, non favoriscono nuove vocazioni. E su di esse incidono anche scelte dottrinali che molti considerano superate, come l’obbligo del celibato. Daniela Milani, direttrice e professoressa ordinaria del Dipartimento di Scienze Giuridiche all’Università Statale di Milano, ricorda come il celibato ecclesiastico non appartenga al diritto divino ma a quello umano, e quindi sia teoricamente modificabile: «Gli apostoli erano perlopiù sposati. Solo nel IV secolo, con il Concilio di Nicea tenutosi nel 325 d.C., è nato quest’obbligo».
Dall’altra parte, don Mario Gretter, parroco del Duomo di Bolzano per quindici anni e ora trasferito a Merano a causa della mancanza di sacerdoti, crede che il celibato ecclesiastico non sia una rinuncia, in quanto permette ai sacerdoti di concentrare le proprie energie al servizio della comunità, senza dispersioni né compromessi. Secondo lui, non sarà questo a fermare la Chiesa: «Ricordiamo sempre che il cristianesimo è nato con solo dodici apostoli, di cui anche un traditore».
Ma oltre alle implicazioni ecclesiastiche, bisogna anche considerare quelle economiche, che non sarebbero marginali. «Se un sacerdote potesse sposarsi, avrebbe diritto al sostentamento anche della sua famiglia? Alcune confessioni cristiane, come gli anglicani, garantiscono questo diritto», sottolinea Milani. Nel 2024 il fabbisogno per il sostentamento del clero è stato di 522 milioni di euro lordi. In Italia, tutto ciò è garantito principalmente dalla Legge n. 222 del 1985, che istituisce gli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero (IDSC), finanziati dall’8x1000 dell’IRPEF destinato alla Chiesa Cattolica, da donazioni dei fedeli e da altre entrate ecclesiastiche. Questi istituti erogano ai sacerdoti uno “stipendio”, fissato annualmente dalla CEI, di un importo medio intorno ai 1.200-1.500 euro netti mensili. Gli IDCS si occupano anche di pensioni e assistenza previdenziale.
Per l’anglicanesimo, nella Church of England (la principale chiesa anglicana), il pagamento del clero non è un diritto garantito dallo Stato in senso stretto come in Italia, ma deriva da fonti miste: tasse ecclesiastiche (church tax) in alcune aree storiche, contributi parrocchiali, rendite patrimoniali e, in parte, sussidi pubblici limitati per edifici e manutenzione. I preti anglicani (spesso sposati, poiché il matrimonio è consentito) ricevono uno stipendio base (circa 25.000-30.000 sterline annue), che copre il nucleo familiare attraverso integrazioni per coniugi e figli, gestite da Church Commissioners e dal Clergy Stipend Trust, senza un finanziamento statale diretto e universale.
Il celibato nel luteranesimo
Il protestantesimo luterano e riformato della Germania settentrionale adotta sistemi analoghi di sostentamento ecclesiastico, con contributi parrocchiali, statali parziali e kirk tax (una tassa ecclesiastica prelevata automaticamente dalle entrate dei fedeli e utilizzata per finanziare il clero e le attività parrocchiali), permettendo ai pastori di servire comunità diversificate senza vincoli di celibato. È in questo contesto che si inserisce la formazione di Klaus Fuchs, pastore protestante formatosi tra luterani e riformati.
Nato nel 1969 a Hanau sul Meno, in Assia, Klaus Fuchs non era destinato, secondo i genitori, a finire a Milano. Grazie all’umorismo del padre, «che non si prendeva troppo sul serio», e alla perseverante intelligenza della madre, «con la sua lingua talvolta tagliente, forgiata da un viaggio da Königsberg all’area Reno-Meno», il suo percorso lo ha portato, via Heidelberg e Marburg an der Lahn, alla pianura della Germania settentrionale, dove ha incontrato luterani e riformati in varie forme. Dopo la formazione ecclesiastica, ha insegnato per 17 anni in Bassa Sassonia, prima di dedicarsi alla teologia in Lombardia. Ispirato da Karl Barth, che definì buona teologia quella allegra e umoristica, Fuchs, ora a Milano, mira a interpretare il messaggio di Cristo e le intuizioni di Lutero in modo contemporaneo e comprensibile nel contesto metropolitano.
Nel luteranesimo non esiste il celibato obbligatorio. Le donne possono essere pastore e le persone LGBTQ+ possono sposarsi e, se ordinate, diventare vescovi. Lui stesso è sposato con un uomo: «La comunità ci ha chiesto come avremmo organizzato la nostra vita. Mio marito è sempre il benvenuto a partecipare alle attività che proponiamo in comunità. Infatti, ci aiuta come volontario. Ci ha aiutato a organizzare i mercatini di Natale quest’anno». Fuchs non nasconde la sua posizione: «È urgente che la Chiesa cattolica riveda la pratica del celibato obbligatorio. Non funziona. Non credo che la maggioranza dei preti viva davvero in celibato, e questo crea ipocrisia. Io non accetterei di essere pastore senza la possibilità di vivere la mia sessualità». Secondo Fuchs, l’obbligo del celibato non elimina il desiderio o la dimensione affettiva, ma li spinge nell’invisibilità, generando una cultura dell’ipocrisia che danneggia sia i singoli sacerdoti sia la credibilità dell’istituzione. Nel modello protestante che Fuchs incarna, la possibilità di vivere apertamente relazioni affettive e familiari non è percepita come un ostacolo alla vocazione, ma come una sua integrazione. La comunità, spiega, non chiede rinunce private come prova di fedeltà, bensì coerenza tra vita personale e ministero pubblico. In questo senso, il matrimonio e la sessualità non sottraggono tempo o dedizione alla fede, ma rendono il pastore più leggibile, più umano, più vicino alle esperienze quotidiane dei fedeli. È una concezione che ribalta l’idea del sacerdote come figura separata e che propone un ministero radicato nella normalità sociale.
Trasportata nel contesto cattolico, questa visione solleva interrogativi profondi. Non solo sul celibato in quanto tale, ma sul modello di Chiesa che esso sottende: una Chiesa fondata sulla distinzione netta tra chi guida e chi segue, oppure una comunità in cui le differenze di ruolo non implicano una distanza esistenziale. Fuchs non propone soluzioni tecniche né riforme immediate, ma indica una frattura ormai evidente tra norme disciplinari e aspettative contemporanee, soprattutto tra i più giovani. Una frattura che, se non affrontata, rischia di rendere sempre più fragile il ricambio generazionale. In questo scenario, il futuro delle campane non dipende soltanto dal numero di sacerdoti disponibili, ma dalla capacità dell’istituzione di interrogarsi su sé stessa. Le esperienze raccontate, dai preti costretti a coprire territori sempre più vasti, ai laici che tengono in vita le comunità, mostrano che il cambiamento è già in atto. Resta aperta la questione decisiva: se la Chiesa cattolica sceglierà di governare questa trasformazione o se continuerà a subirla. Perché il suono delle campane, oggi, non segnala solo l’inizio di una messa, ma misura la distanza, o la vicinanza, tra un’istituzione millenaria e il mondo che la circonda.

