Chiamateci pure Salvini boys
Giovani Padani? No grazie. Ecco chi sono e cosa vogliono i "nuovi" ragazzi della Lega sovranista
«Credi che tra i tuoi compagni d’avventura stia nascendo il prossimo, o magari la prossima, Salvini?». Laura guarda dritto dentro la telecamera, una delle prime della sua carriera politica, e sorride aperta: «Perché no?», dice senza imbarazzi. Poi, quasi a voler ammorbidire l’ambizione lasciata trapelare senza troppi filtri, ritratta: «Oggi lavoriamo per lui, un domani si vedrà». Ma sognare più in grande non costa.
Ventiquattro anni da compiere, Laura Aguzzi è già uno degli astri nascenti della Lega a Milano. Sguardo fiero, modi decisi, parlantina instancabile. Nel giro di pochi anni è diventata referente del partito dentro l’Università Statale, poi è stata eletta nel consiglio di zona del suo Municipio, l’ottavo, fino a essere scelta come coordinatrice dei Giovani Padani della città. Ma ad ascendere nelle gerarchie della Lega di Matteo Salvini, che alle elezioni del 4 marzo ha quadruplicato i consensi rispetto al 2013, sono tanti altri ventenni. Una vita simile a quella dei coetanei, studenti universitari o giovani lavoratori, aperitivi con gli amici e Instagram sempre alla mano. Ma con il pallino – quanto mai démodé per la loro generazione – dell’attivismo politico.

Tra due maschere tradizionali, al centro, il fantoccio di Laura Boldrini in fiamme
Ma ad avvicinare i Giovani Padani a Matteo Salvini, specie quelli milanesi, non è solo l’attrazione per un segretario che ha fatto della comunicazione diretta il suo marchio di fabbrica. C’è qualcosa di più, che nessuno ammette a cuore aperto davanti a un taccuino o una telecamera. Il sogno di ripercorrere il cammino che ha portato il loro leader alla ribalta nazionale.
Perché Matteo Salvini, fino a pochi anni fa, era un ragazzo come loro. Un giovane cresciuto nel quartiere Giambellino, che arringava i compagni di università e che distribuiva i volantini in strada. Lui non ha completato gli studi: ha lasciato a cinque esami dal traguardo. Ma in quegli anni di impegno politico ha scalato le gerarchie del partito, tappa dopo tappa. Ha cominciato come coordinatore degli studenti leghisti di Milano a soli 19 anni. A 21 era già responsabile dei Giovani Padani. Proprio come quei giovani che oggi provano a ripercorrere il suo cammino. Più che “giovani padani”, veri e propri Salvini boys.
I leghisti 2.0 sono lontani dagli stereotipi del passato. La Lega della canottiera, della retorica dura e pura sul mito del Nord, non esiste più. Tanto meno tra i giovani. I baby dirigenti milanesi si dividono tra studio e lavoro. L’obiettivo è laurearsi e realizzarsi professionalmente, come tutti gli altri millennials. La politica viaggia su un binario parallelo.
Negli atenei il partito è presente con il Movimento Universitario Padano. A Milano il Mup ha un gruppo attivo in Statale, in Bicocca e in Cattolica. Tutti istituti in prima fila nei ranking nazionali. Maglioncino girocollo e camicia d’ordinanza, gli attivisti “padani” si distinguono difficilmente a prima vista dai loro coetanei disimpegnati.
Così Laura Aguzzi, tra una riunione di partito e una sessione di volantinaggio, frequenta la specialistica in Governance e processi decisionali, oltre a lavorare in una concessionaria di automobili. Matteo Gazzola, 20 anni, si divide tra i libri di Giurisprudenza e le sessioni del Consiglio Comunale di San Donato Milanese, e nei week-end invernali lavora anche in Val Brembana come aiuto-maestro di sci. Mentre Alessandro Verri è riuscito a completare un master in Economia e politiche internazionali nonostante gli impegni da Consigliere del municipio 4 e la carica di responsabile federale del Movimento Universitario Padano. Il tutto a soli 23 anni.
C’è poi chi, come la coordinatrice del Movimento Universitario in Cattolica Sara Frassini, classe 1997, ha già fatto importanti esperienze di studio all’estero. Un’occasione che l’ha portata a sviluppare delle riflessioni inattese.
Alla prova dell’amministrazione Lo slancio dei vent’anni e qualche stagione di provato attivismo tra i coetanei bastano, nella Lega di Salvini, per essere pronti per il primo vero test: l’amministrazione del territorio, per lo meno a livello locale. Lanciare politici giovanissimi – non sempre destinati ad affermarsi – a incarichi di responsabilità è d’altronde da sempre prerogativa dei lumbard: nelle centinaia di piccoli Comuni del nord ma anche a Roma. “Figli di” presto dimenticati, come Renzo Bossi, ma anche illustri sconosciuti lanciati al vertice delle istituzioni: dal “secchione” Marco Reguzzoni, diventato più giovane presidente di una provincia, quella di Varese, a 31 anni nel 2002, alla funambolica Irene Pivetti, salita otto anni prima alla stessa età addirittura alla presidenza della Camera. Passando, naturalmente, per l’attuale segretario stesso, entrato nel consiglio comunale della capitale economica d’Italia all’alba dei vent’anni. Scolorito l’impeto nordista degli inizi, la Milano leghista d’inizio 2018 non fa eccezione alla regola. Nei consigli di zona e nei Comuni dell’hinterland, ventenni appena prestati alla politica sotto al rinnovato slogan «Prima gli italiani» fanno incetta di voti, non solo dei coetanei, e si ritrovano ben presto a confrontare idee e parole d’ordine masticate in ore di riunioni e decine di post sui social con la realtà quotidiana dell’amministrazione. Da San Siro a via Padova, da Affori al Corvetto, sono pochi i quartieri di Milano in cui la Lega non porta nelle stanze del Municipio i suoi militanti più freschi.
Ma gli incarichi per i giovani nella Lega non si limitano al consiglio Comunale. Lo sa bene Samuele Piscina, che a 28 anni è già presidente del Municipio 2 di Milano. Non una zona qualunque, ma l’area che dalla Stazione Centrale si distende fino al nord della città. Dentro, zone difficili come via Padova, viale Zara, il quartiere di Greco. Dal suo metro e novanta d’altezza, la faccia pulita, il capello sempre curato squaderna fiero i “temi concreti” per i cittadini che lo hanno portato, nel giugno 2016, a riprendere alla guida della coalizione di centrodestra il Municipio di Viale Zara. Un incarico conquistato da Piscina all’insegna di una campagna aggressiva in puro stile salviniano: il suo 25 aprile lo aveva trascorso prendendo a sassate il campo rom di via Idro.
Anche Magda Beretta, pure lei fresca 28enne, ha già un incarico di responsabilità. È la “signorina sindaco”, come le piace farsi chiamare, del comune di Senago. Come gli altri Giovani Padani è cresciuta ispirandosi a Salvini, anzi è stato proprio l’attuale segretario a lanciarla nel mondo della Lega: «Ho cominciato a collaborare con Radio Padania nel 2009», ricorda, «quando Matteo era uno dei redattori principali. Da subito mi ha dato molta fiducia e con lui ho aperto una mia trasmissione». La campagna elettorale è stata incentrata sugli slogan salviniani. Ma come si traduce «Prima gli italiani» in un piccolo comune della Lombardia? Beretta ha l’esempio pronto: «Significa che uno dei miei primi atti è stato ritirare il comune dal progetto Sprar». Immigrati cacciati da Senago? «Niente affatto: ospitavamo una sola famiglia che per motivi personali ha deciso di lasciare gli alloggi comunali. Quando gli spazi si sono liberati, abbiamo messo lì alcuni senzatetto del paese». Dietro le granitiche convinzioni politiche, comunque, c’è la storia di una ragazza vicina alla fine del percorso universitario, che vorrebbe sposarsi e ringrazia la sua famiglia, anche se la scelta di iscriversi alla Lega ha causato non pochi scontri.
Quei giovani, che oggi stanno in secondo piano, si preparano a percorrere tutte le tappe della militanza nella Lega. Fino a raggiungere le cariche più alte, nel partito o nelle istituzioni. Forse tra qualche anno, il posto che oggi è di Salvini sarà occupato proprio da uno di loro.


