DIFFERENZIATA NUCLEARE
l'Italia non sa più dove metterele sue scorie radioattive
Nel cuore della centrale nucleare di Trino Vercellese regna il silenzio. Ha smesso di battere nel 1987, quando l’Italia ancora sotto choc per il disastro di Chernobyl ha firmato il suo divorzio dall’energia atomica. L’imponenza della cavità incute un certo rispetto: qui i nostri scienziati erano riusciti a imbrigliare la forza degli atomi per produrre energia. A disturbare il riposo di questo gigante dormiente sono i copriscarpe in plastica di chi scende a studiarlo. È obbligatorio indossarli, perché dopo 33 anni di inattività c’è ancora pericolo di contaminazione. Così come sono pericolose tutte le altre scorie radioattive che abbiamo prodotto prima del referendum abrogativo di quell’anno. Dalla Sicilia alla Lombardia, in Italia abbiamo 30mila metri cubi di materiale nucleare conservato in depositi temporanei, non pensati per essere definitivi. Col tempo il rischio è quello di non sapere più dove mettere questi rifiuti e assistere al logoramento delle strutture di contenimento al punto da causare danni irreparabili all’ambiente e alle persone. Bruxelles ci ha ammonito. Aspetta un piano di smaltimento dal 23 agosto del 2015, ma non ha mai ottenuto risposta. Nel 2017 la Corte di Giustizia Europea ci ha condannato. Ora, oltre al danno dell’inadempienza, rischiamo pure una dura sanzione economica.
La direttiva europea 2011/70/Euratom del 19 luglio 2011 impone a ogni stato membro di avere un proprio deposito per lo stoccaggio di rifiuti radioattivi, un obbligo che vale anche per gli stati che non hanno mai avuto una centrale nucleare. Tutte i Paesi producono rifiuti radioattivi nelle più diverse forme: industriali (parafulmini, rilevatori di fumo), ma soprattutto ospedalieri, provenienti da esami diagnostici come la Tac o da trattamenti antitumorali come la radioterapia. L’Italia, dovendo smantellare non solo le proprie centrali ma anche tutti quegli impianti che raffinavano il combustibile e lo preparavano per l’uso, produce e produrrà diverse tonnellate di scorie a media radioattività: i “calcinacci” delle demolizioni del suo passato atomico. Le barre di combustibile invece rimarranno in Italia solo in via temporanea. La loro destinazione finale sarà un deposito geologico, nel fianco di una montagna o in una miniera di sale lontane da falde acquifere e zone sismiche, da individuare a livello europeo.
A oggi, il sistema di gestione di tutti i rifiuti sopra menzionati (eccetto il combustibile nelle centrali estere per cui continuiamo a pagare un affitto multimilionario) è lo stoccaggio in piccoli e medi depositi gestiti da aziende private (come la Campoverde, con sede a Milano) o dalla Sogin, la società statale addetta al decommissioning e alla costruzione del deposito nazionale. Come dice Fabio Chiaravalli, direttore della divisione Deposito Nazionale della Sogin, “I depositi non sono tutti uguali. Nei siti temporanei i rifiuti radioattivi vengono stoccati, nel deposito nazionale verranno smaltiti”. Il fatto che ancora non si sappia nemmeno quale sia il sito destinato al deposito, però, è un problema esclusivamente della politica.
Un deposito per ghermirli e nell'oscurità incatenarli
Mentre il deposito italiano è bloccato dalla politica, nel Joint Research Centre di Ispra, sul lago Maggiore, l’Unione europea ha costruito il secondo deposito più grande della federazione. In quel pezzetto di terra, che non è più Italia ma solo suolo europeo, saranno conservate le scorie prodotte dal centro di ricerca europeo di Ispra, erede del primo reattore nucleare italiano.
Uomini Radioattivi
Particelle Express
Gli adroni sono prodotti dal gioiello futuristico del Cnao: il sincrotrone, il risultato di una collaborazione europea e tecnologia in gran parte italiana. “Si tratta di un acceleratore di particelle di 80 metri arrotolato a forma di ciambella. Al suo interno gli atomi, protoni e ioni di carbonio, vengono accelerati a decine di migliaia di chilometri al secondo per mezzo di potenti campi magnetici” continua Pullia. Raggiunta la velocità desiderata vengono deviati nei condotti che portano alle sale di trattamento, dove vengono “sparati” con precisione contro il tumore. Finita la lezione, il fisico inizia la visita guidata. Dopo un labirinto di corridoi si arriva in una sala enorme: un anello di magneti, camere a vuoto, tubi di azoto liquido e matrici di ioni carbonio, dà il benvenuto agli studenti. Ogni componente è di un colore diverso, un arcobaleno di ingegneria che riesce a stregare anche gli studenti più annoiati. La classe ora pende dalle labbra di Pullia e Instagram è già pieno di acceleratori di particelle.
La sala di controllo

I supermagneti del sincrotrone

Precisione millimetrica

Le maschere per il trattamento









