DOVE SI BALLA
Il crollo delle discoteche a Milano: dalle notti insonni alle chiusure anticipate
di Pietro Faustini e Martino Fiumi
In principio erano le notti senza fine, Tina Turner, le luci stroboscopiche, Pump up the volume dei Marrs e i fiumi di ragazze e ragazzi che riempivano le vie di Milano per spingere l’alba un po’ in là. Senza cellulari, senza tendenze da inseguire ma soltanto persone da incontrare e mondi da scoprire. Poi sono arrivate le serate commerciali, quelle a tema, che hanno invaso le sale da ballo per portare in pista quante più persone possibili, pronte a spendere il doppio e a uscire la metà. Tutto raccontato dalle fotografie e dai post social da condividere. In sottofondo, hit parade che non si scoprono ma si ripetono all’infinito sempre uguali.
Sui Navigli di Milano ci sono due strade che incarnano questo cambiamento. Via Ascanio Sforza negli anni ‘90 pullulava di locali, mentre Ripa di Porta Ticinese, a pochi metri, era deserta. Ora i ruoli si sono invertiti, ma al posto di locali notturni lungo i canali dominano bar dove fare apericena a 10 euro. Massimiliano Cirillo, 54enne nato a Milano che gli anni ‘90 li ha passati saltando da una discoteca all’altra, ricorda bene la diversa configurazione dei Navigli: «In Ascanio Sforza c’erano i classici locali del dopocena, che fossero pub o barche allestite come un piano bar, adesso ne sono rimasti forse un paio», racconta. «Tutti questi invece non c’erano» spiega, mentre indica Ripa di Porta Ticinese, dove decine e decine di bar offrono aperitivi con musica in sottofondo dalle 17 in poi. «In generale la zona attorno alla Darsena non era molto frequentata, questi locali li hanno aperti più avanti. Forse per i turisti».
Si ballava sempre: gli “allora sbarbati” la domenica pomeriggio, i più grandi il venerdì e sabato sera. «I locali erano un po’ ovunque. Ci si trovava in piazzetta, si faceva l’appello e, a seconda della serata e della compagnia, si sceglieva dove andare. In ogni caso, a fine serata, tutti in Via Solferino per un pezzo di focaccia», racconta “Il Max”. «Chi abitava un po’ fuori città, guardava a Milano come al posto dove andare, potevi uscirci ogni giorno senza annoiarti e riuscendo sempre a trovare qualcosa che ti stupisse». Erano gli ultimi anni della Milano da bere, l’epoca d’oro dell’angelo azzurro, delle Timberland, del bomber e della giacca Spencer a vita alta, lo “spencerino”. E al netto di certe tendenze eclettiche della moda del tempo, l’uscita manteneva una componente rituale e di immagine. «Si puntava in qualche modo sull’eleganza, volevamo fare bella figura, ma ognuno col proprio stile e i propri punti di forza», racconta Cirillo. Anche a seconda del contesto: Plastic, Rolling Stone o Gattopardo.
This was House of Bordello
Tanti di questi templi della vita notturna milanese negli ultimi anni hanno abbassato la serranda. Il Rolling Stone nel 2009, Propaganda e Old Fashion nel 2024 e il Plastic a ottobre 2025. Una tendenza sempre più comune in città, dove dal 2019 il 20% di locali e discoteche ha chiuso per cedere il posto a parcheggi e supermercati. Oggi il Propaganda è un Conad. Il Covid ha giocato un ruolo fondamentale, ma secondo i dati della Camera di commercio di Milano molte discoteche storiche hanno chiuso solo tra il 2024 e il 2025: il problema non si può ricondurre quindi solo alla pandemia. In mezzo ci sono anche il prezzo degli affitti, l’inflazione che non spinge le persone a comprare prevendite da 20/30 euro più 10 di drink, i costumi pantofolai che hanno lasciato le mascherine ffp2 e l’entrata in scena di bar che offrono aperitivi e apericene, un intrattenimento serale a un prezzo più contenuto. In Ripa di Porta Ticinese ce ne sono almeno 30 in poche centinaia di metri.
Spostandosi dai Navigli in viale Umbria (tra Porta Romana e Calvairate), si poteva trovare una delle stelle più brillanti di Milano. Ora simbolo della fine della lunga notte delle discoteche: il Plastic, che ha chiuso definitivamente i battenti a ottobre 2025. Fondato nel 1980, era il posto alternativo per eccellenza, queer nel senso originario di bizzarro, unico e irripetibile. «Anche in Romagna, la patria italiana delle discoteche, un posto così non c’era», dice Roger B, uno dei dj del Plastic, che ha suonato dal 2007 fino alla chiusura.
Oltre il portone del locale si incontravano spesso stilisti, modelle, artisti di ogni campo e musicisti, da Bjork ai Rem. Ma soprattutto clienti abituali, persone normali, anche di 50 anni, che si trovavano bene in quel mondo. Il successo del Plastic si doveva anche a una serata in particolare: House of Bordello, una selezione di musica italiana completamente dimenticata. Quasi un’operazione di archeologia musicale, che, guardata inizialmente con stupore e scetticismo, ha invece avuto successo. «Maledetta Primavera non si sentiva neanche nelle feste più commerciali, mentre adesso è tornata una hit che si sente spesso», commenta il dj.
Proprio grazie alle sue serate, il Plastic, da club underground è diventato un fenomeno mediatico. «Lo sdoganamento ufficiale è stato quando Stefano Gabbana ha iniziato a venire con la sua corte di amici, modelle, stylist, Anna Dello Russo per dirne una. Prima non ci venivano, era considerato un posto da freak».
A raccontarlo è Luca Crescenzi, door selector tra il 2005 e il 2012. A partire dalla nuova visibilità, al limite della psicosi, l’identità del locale si è modificata. «Avevamo sempre fatto una selezione all’ingresso, era escludente ma serviva a proteggere la fauna tipica del posto. Chi entrava doveva sentirsi libero di esprimersi, senza i giudizi esterni», spiega Crescenzi. «Dopo divenne proprio necessaria, si stava creando un mito. Mi hanno dovuto mettere una piattaforma rialzata sulla quale salivo per vedere dove finiva la coda». La cura dell’immagine era assoluta, anche se non superficiale.
I dettagli che decoravano le sale erano un ulteriore elemento di unicità: specchi, sfere colorate, lampade vintage, addirittura un tavolo da biliardo in mezzo a una delle piste da ballo. Al pari della scenografia, anche il pubblico era caratterizzato da un forte senso di identità. Per un periodo, il dress code vietava cravatte, camicie bianche, sneakers e parrucche dozzinali: «Sulla lista degli ospiti avevamo scritto “Tu ti faresti entrare?”. È una frase di Steve Stranger, personaggio iconico degli anni ’80 londinesi che aveva una serata leggendaria con uno specchio alla porta. A chi insisteva per entrare faceva quella domanda», ricorda l’ex door selector. «Ogni elemento contribuiva a costruire un’immagine cool, speciale. Un posto simile non esisteva, da nessuna parte».
Se al Plastic c’erano gli “eccentrici”, era un tempo in cui anche fuori dal locale ognuno aveva la sua identità: «c’era chi era metallaro, chi era un gabber, chi si fumava le canne e ascoltava i Beatles», racconta Roger B, secondo il quale adesso le persone sono tutte omologate, anche nella musica. «Ascoltano tutti la stessa roba. Nessuno è più invogliato a sperimentare e a conoscere nuove musicalità». E quindi i locali non servono più a nulla.
Il trasferimento del locale nel 2012, in zona Fondazione Prada e più fuori mano rispetto alla sede precedente, non ha certamente aiutato una continuità di clientela. Anche se, probabilmente, il destino del Plastic era già segnato: «Secondo me i social hanno fatto molto più male al clubbing della pandemia. Il Covid è stato semplicemente uno stop per la vita notturna e ha accelerato la fine del clubbing», conclude il dj, che ha vissuto l’ultimo periodo del locale. Si è persa la ricerca dell’identità tipica del clubbing, ma è rimasta la discoteca, che è diventata sempre di più luogo contenitore di tendenze commerciali.
Sopravvive solo chi si adatta
Nonostante il covid, nonostante il tempo e grazie a tre cambi di gestione, i Magazzini generali sono invece riusciti a sopravvivere alla moria di locali, diventando più simili a una discoteca classica che a un club. Almeno per come li distingue Giancarlo Soresina, fondatore, seduto alla scrivania del suo ufficio, proprio di fianco al locale. I “Magazza”, nati negli anni ’90, seppur lontani dall’avere un’identità estrema come quella del Plastic, si sono fin da subito inseriti nella rosa delle discoteche simbolo di Milano e della notte lombarda.
«Qui la gente veniva pensando di trovare hit parade da classifica e quando si accorgeva che quella robaccia non si metteva allora se ne andava. La gente si autoselezionava. Non abbiamo mai dovuto mandare via nessuno, erano loro che non tornavano più», racconta Soresina. «C’era una ricerca musicale approfondita, guardavamo a chi sperimentava. Quando è nato il trip hop a Londra, pensiamo ai Massive Attack o Morcheeba, alcuni dei nostri dj hanno iniziato a proporlo. Abbiamo abituato il nostro pubblico alla scoperta, non alla ripetizione di schemi e generi musicali preimpostati e facili».
Soresina, rimasto al comando fino al 2010, racconta l’epoca in cui i Magazzini si distinguevano dal resto dei locali. «Due sono i motivi per cui si esce la sera: ludus ed eros», spiega. «Per eros, significa uscire per incontrare le persone. Per ludus, invece si va in un posto dove stare bene e divertirsi con amici o gruppi di persone che magari non conosci ma che hanno gusti simili ai tuoi. Questa è la club culture». E questo secondo Soresina è il motivo per cui i Magazzini hanno avuto successo. Quello che c’era lì dentro era diverso da quello che si trova in una classica discoteca. «Le discoteche sono contenitori vuoti, posti dove vai per ascoltare un pezzo, bere una cosa, rimorchiare qualcuno e non hai un obiettivo per la serata. Si va solo perché il sabato sera bisogna uscire per forza». Mentre in un club si va anche senza conoscere nessuno. Si va per la musica. Si va per la cultura.
Una cosa che succede sempre meno: i Magazzini, per resistere, si sono dovuti adeguare. L’epoca di Soresina è finita e la nuova gestione ha deciso di ospitare serate come l’Indie Power: uno dei tanti eventi in cui ci si trova per ascoltare musica itpop all’insegna di “piangiamo e balliamo”. «Con le serate nazional-popolari siamo passati da 12/14 eventi all’anno a oltre 200. Dopo il Covid gli universitari volevano questo: divertirsi. E noi abbiamo risposto alle richieste del pubblico», ha spiegato l’attuale direttore artistico dei Magazzini Generali, Stefano Astore.
Ma le mode nascono e muoiono molto velocemente. Un conto è anticipare una tendenza, far suonare il trip hop a Milano prima ancora che il genere sbarchi in Italia. A quel punto si diventa un riferimento per un settore preciso. Rincorrere ogni moda è tutt’altra storia. Ieri la tendenza erano le serate pop punk, oggi l’Indie Power, ma i cambiamenti sono troppo frequenti per riuscire a stargli dietro.
La selezione della musica seleziona anche le persone
Giancarlo SoresinaLo spiega anche Lucia Tozzi, studiosa delle politiche urbane e giornalista che sul capoluogo lombardo ha scritto diversi libri, tra cui L’invenzione di Milano. «Le cose non fanno in tempo a nascere che immediatamente diventano oggetto di diffusione e cattura mediatica, vengono sguinzagliate migliaia di influencer, persone del mondo della moda, piccole redazioni di giornali», commenta. È ciò che è successo anche al clubbing e al mondo delle discoteche: il lasso temporale tra l’essere lanciati, scoperti, frequentati e infine massificati è sempre più ristretto. «E non ne faccio una questione di nuove generazioni, è il consumo che è troppo veloce: c’è una specie di foga sia nel mercato sia nell’informazione», precisa la giornalista.
Un certo tipo di cultura da club, come testimoniano le esperienze del Plastic e dei Magazzini Generali (seppur ognuna a proprio modo), era caratterizzato da un elemento di ricerca, di unicità. Un uscire dalla norma per entrare in una nicchia. Ma anche questo ora non funziona più. «La coolness della vita notturna resta basata sul fatto di avere scoperto un posto speciale, più bello degli altri», spiega Tozzi, «Ma oggi ci si mette molto poco a scadere agli occhi degli stessi che ti consideravano unico».
Il gioco del Botellon
Di fronte ai prezzi alti, il pubblico giovane che non vuole o riesce a spendere quelle cifre approda a un porto differente. Ad accoglierlo ci sono serate all’aperto come quelle di Burro Studio, Ape e Botellon. Si va in piazza o in un parco dove sono stati montati soundsystem e stand. Lì le birrette hanno preso il posto dei drink fosforescenti.
Una di queste serate porta avanti da anni uno scontro con il Comune di Milano. «Le istituzioni devono fare pace col fatto che gli universitari fanno più rumore dei residenti. Questo è anche il loro quartiere ed è normale che vogliano fare festa una volta al mese», racconta Sergio Marchese, uno degli organizzatori del Botellon a Milano.
L’evento riempie piazza Leonardo da Vinci, in zona universitaria, con migliaia di ragazze e ragazzi immersi nella musica di cinque casse che suonano tutta notte. È la risposta gratuita ai prezzi delle serate «perché oggi se voglio anche solo entrare in un locale con gli amici siamo costretti a spendere almeno 20/30 euro a testa. A testa! Una follia». Il Botellon cerca di rispondere a tutto questo. Il nome racchiude la parola spagnola “botella”, bottiglia. L’obiettivo era infatti occupare spazi cittadini, divertirsi, bere e ballare in compagnia.
A Milano il Botellon esiste dal 2007 e per gran parte del tempo è rimasto un evento autogestito e non autorizzato. Ma di fronte alle migliaia di universitari che scendevano nella piazza di fronte al Politecnico per brindare sotto una pioggia di edm e techno, nel 2021 il Comune ha deciso di patrocinare l’evento, favorendo una migliore gestione della sicurezza e della pulizia.
Così arriviamo a ottobre 2025. The snatch. Lo strappo. L’amministrazione impone una sola serata al mese per ogni associazione che faccia richiesta, oltre al coprifuoco anticipato a mezzanotte. «Per un evento del genere significa rendere insostenibili i costi», spiega Marchese, «incassiamo solo dalle bevande e la maggior parte delle persone arriva in piazza in tarda serata». Il Botellon continua comunque e dopo la serata dell’11 ottobre, finita a mezzanotte, quella già annunciata del 17 si è fatta ugualmente, anche se non autorizzata. «Non è così facile venire al Botellon e multare tutti», sentenzia Marchese, che auspica un confronto con il Comune.
Le indicazioni sulla movida sono state decise dall’Opi, un gruppo di assessorati interessati dal tema. Tra gli altri anche quelli alle Politiche giovanili e alla Cura del territorio. Non esistono documenti scritti su quello che è stato deciso a Palazzo Marino, e nessuno degli assessori ha risposto alle nostre richieste di contatto. Una portavoce del Comune di Milano dice che «le indicazioni sono uguali per tutte le organizzazioni, anche per il Botellon e che il patrocinio del comune non significa che sia riservato un trattamento diverso dagli altri».
Marchese risponde enfatizzando le contraddizioni che emergono a Milano: «Finché gli studenti mangiano un panino sul prato e fanno alzare il valore degli immobili della zona vanno bene, ma appena vogliono fare festa vengono criminalizzati. È ovvio, la politica deve mediare tra le varie esigenze di chi vive in Città Studi, ma c’è spazio per tutti».
Se i quartieri, le piazze e le vie cittadine sono identiche per ogni abitante, lo stesso non si può infatti dire del portafoglio: «È diventato abbastanza chiaro che una città promossa come accogliente e inclusiva in realtà non è molto accogliente. Fatalmente, tutti i soggetti che non possono sfruttare il lusso fanno fatica: giovani, studenti, famiglie con un reddito medio-basso», commenta Tozzi. Secondo le rilevazioni dell’Istat e di JP Salary Outlook, lo stipendio mensile netto in Italia oscilla tra i 1.700 e i 1850 euro. Ipotizziamo una serata in discoteca a settimana. Per l’ingresso ci vorrebbero indicativamente 20 euro. Aggiungendone 8 per un drink, il complessivo mensile corrisponderebbe a più del 6,4% dello stipendio. I calcoli sono approssimativi, ma sia Soresina sia Marchese si sbilanciano dicendo che l’ingresso per una serata ora arriva a costare anche 30 euro e un drink può raggiungere 15 euro nei locali più costosi. In questa prospettiva si può arrivare a spendere circa il 9,6% dello stipendio medio. E stiamo sempre parlando di una sola bevuta per una serata a settimana in discoteca.
Stipendio medio in Italia (anno 2022)
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Costo mensile di una serata a settimana rispetto allo stipendio medio
Nel contesto nazionale, Milano continua comunque a mantenere una certa attrattività. I dati Ustat, il portale ministeriale dedicato a università e ricerca, mostrano infatti che in sette anni, dall’anno accademico 2017/2018, gli studenti fuori sede sono cresciuti ancora: da 198.963 a 211.896. «Bisogna capire però se attratti da una città che considerano ancora fichissima oppure se è vista come l’ultima spiaggia in un’Italia depressa», si chiede ancora Tozzi. Ma anche se Milano fosse da considerarsi come una città depressa, spiega la giornalista, la voglia di divertirsi resta e si potrebbe comunque sperare di vedere nascere nuove sperimentazioni artistiche. Portando il ragionamento all’estremo, arrivati a questo punto la crisi sarebbe l’ultima speranza per tornare a una Milano creativa, frizzante e vivace. La cenere da cui veder rinascere una fenice pronta a ballare fino alle 6 di mattina.
«Anche Mark Fisher, l’autore di Realismo Capitalista, definisce la musica dei Cure come “nata nelle camerette della provincia depressa inglese”. Insomma, le cose mitiche possono succedere in posti assurdi», conclude Tozzi. Persino dentro alla circonvallazione dove ogni settimana è dedicata a qualcosa di diverso, in una Milano culturalmente in difficoltà ma che è molto più avvantaggiata delle provincie di tutto il mondo.
Pensiamo a quello che è stato il Macao, e che sono ancora in parte la conchetta e il Cox18. Loghi che non puntano sul fare hype e alzare i numeri, dove alle nuove generazioni di dj non viene chiesto “quanta gente porti?”, ma “che musica fai?”. Posti che non hanno nulla a che fare con il Gattopardo e che forse hanno qualcosa in comune con l’idea di identità dei Magazzini Generali della prima ora.
Questi centri, alcuni piccoli bar che si rifiutano di ridurre la musica a dj-piano-bar, esistono ancora. Una proposta che secondo Giancarlo Soresina funzionerebbe anche a più di trent’anni dalla nascita dei Magazzini Generali, perché l’identità, anche se sempre uguale, non passa mai di moda, come i blue jeans. È da qui che si potrebbe ripartire per tornare a costruire di nuovo una vita notturna che sia sinonimo di cultura e non di consumo. Una vita notturna dove si balla.

