GIOVANI E CAREGIVER
Senza sussidi, sostegno scolastico e supporto psicologico. Il doppio impegno dei 324 mila ragazzi che si prendono cura di un familiare con disabilità
Nel freezer di Erika Borellini ci sono tra i 150 e i 200 vasetti di omogeneizzato. Ogni domenica mattina trasforma in mousse un piatto diverso per sua mamma Lorenza, che dieci anni fa ha avuto un aneurisma cerebrale e da allora non può più mangiare in autonomia. Questa è solo una delle attività di cui si fa carico Erika, che ha iniziato ad assistere sua mamma quando aveva 19 anni. In Italia sono quasi 8 milioni i caregiver familiari come lei, e tra questi più di 300 mila hanno meno di 25 anni.
Oggi Erika ha 29 anni e una laurea magistrale in Ingegneria elettronica, ma i suoi anni da studentessa universitaria sono stati molto diversi da tanti suoi coetanei: «Per me la sveglia suona alle 6:30», racconta Erika. «Ho mezz’ora per prepararmi prima di svegliare mia mamma. Poi inizia la sua igiene quotidiana: si lavano i denti e la faccia, con i trattamenti specifici per la dermatite, e intanto scherziamo e guardiamo i cartoni animati. Le faccio un po’ di fisioterapia, e quando finivo mi aspettavano 40 minuti di macchina per andare in università, dove seguivo le lezioni fino all’ora di pranzo. Allora rientravo a casa per darle da mangiare, perché si nutre un po’ tramite sondino e un po’ tramite bocca, ma vuole che sia io a darle da mangiare perché ho imparato a capire quando le va di traverso qualcosa. Nel pomeriggio tornavo in università, e di nuovo rientravo a casa per le 20: pensa a quanti viaggi avanti e indietro di 40 minuti ho fatto in questi anni!», scherza Erika. Le attività di cura proseguono anche la sera tra igiene del corpo, fisioterapia, cena e poi un po’ di tempo trascorso in famiglia davanti alla televisione. «Alle 22:30 la porto a letto, e a quel punto iniziavo a studiare. Dalla telecamera che c’è nella mia stanza si vede che a un certo punto mi addormentavo letteralmente sui libri». La vita da giovane caregiver, per Erika, significava anche dormire poco.
In quanto attività informale, non esistono dati ufficiali sul numero di caregiver nel nostro Paese, ma nell’ambito dell’Indagine europea sulla salute del 2019 l’Istat ha stimato che 7 milioni e 992 mila italiani forniscono cure o assistenza almeno una volta a settimana. Tra questi i giovani caregiver, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, sono 324 mila: ovvero il 5,5 per cento sul totale dei ragazzi in questa fascia di età.
A un punto dalla laurea
Per il riconoscimento dei caregiver come studenti lavoratori si era attivata anche Erika Borellini, quando ha rischiato di non poter proseguire i suoi studi. A causa della difficile conciliazione tra studio e attività di cura, in triennale Erika non era riuscita a laurearsi col punteggio necessario per iscriversi al corso magistrale che aveva scelto: a separarla dalla soglia di 85/110 c’era solo un punto. Eppure, se l’università le avesse riconosciuto lo status di studentessa lavoratrice avrebbe avuto diritto a due punti aggiuntivi sul punteggio di laurea. Per questo Erika ha avviato una petizione su Change.org per ottenere una deroga e proseguire gli studi. «Il mio rapporto con l’università inizialmente è stato difficile. Dopo la maturità ho iniziato Ingegneria meccatronica – ricorda Erika – ma quell’anno non ho passato neanche un esame, tranne inglese. Allora ho cambiato e mi sono iscritta a Ingegneria elettronica, che era più in linea con quello che avevo studiato alle superiori. Lì ho incontrato anche alcuni ex compagni del liceo, che conoscevano la mia situazione e mi hanno aiutata a stare al passo con le lezioni: prima anche il passaggio di appunti era problema, perché mi dicevano “Vieni a lezione e prendi appunti tu se vuoi sapere le cose”. Ma chiaramente non era così facile».
Gli anni della triennale hanno coinciso con una serie di interventi chirurgici delicati a cui si è dovuta sottoporre sua madre, per cui Erika ha dovuto spesso studiare mentre la assisteva a casa o in ospedale: «Non potevo rifiutare nessun voto, perché avrei dovuto aspettare sei mesi prima di rifare lo stesso esame. Così studiavo al meglio delle mie possibilità, ma accettando qualsiasi risultato, e alla fine mi sono laureata con 84/110. Quando ho cercato di accedere alla laurea magistrale che avevo scelto, mi hanno detto che il voto minimo necessario era 85. Non gli interessavano tutti i documenti legali e ospedalieri: secondo loro non potevo proseguire gli studi. Così ho lanciato una petizione, che è esplosa perché molte persone si sono ritrovate nella mia situazione. E alla fine, dopo che lo stesso ministro dell’Istruzione si è interessato al mio caso, ho ottenuto una deroga per iscrivermi alla magistrale. Ed è andata bene: mi sono laureata lo scorso ottobre, con 105/110», racconta Erika.
Chi non ha fatto i compiti oggi?
Anche bambini e ragazzi in età scolare possono ritrovarsi a ricoprire incarichi di cura. Le ricerche mostrano che il carico di cura impatta negativamente sul rendimento scolastico dei giovani caregiver, e nei casi estremi può portare all’abbandono degli studi. «Il drop-out scolastico si lega moltissimo al fenomeno del young caregiving, come conseguenza diretta o secondaria», spiega Simona Bianco, psicologa dell’associazione “Young Care Italia”. «A volte i ragazzi non riescono a star dietro ai vari impegni e vivono le istituzioni scolastiche come un ennesimo luogo in cui viene richiesto loro impegno e in cui non vengono compresi. Altre volte invece l’abbandono scolastico è dovuto al fatto che i ragazzi, soprattutto i maschi, vogliono subito essere una risorsa per la propria famiglia in termini economici. Quindi capita che i ragazzi abbandonano gli studi appena possibile, per intraprendere professioni non qualificate e spesso senza contratti regolari». Quando in una famiglia c’è necessità di prendersi cura di qualcuno, tendenzialmente tutte le energie si concentrano su quella persona. «Può capitare che l’altro genitore o gli altri adulti non abbiano in quel momento la serenità mentale di volgere uno sguardo diverso all’adolescente. Quindi se il ragazzo incomincia a non andare a scuola e dice: “Adesso vado a fare il cameriere”, gli viene detto di sì perché almeno entrano più soldi in casa», prosegue Bianco.
In presenza di insegnanti sensibili al tema, la scuola diventa anche il luogo privilegiato per intercettare i giovani caregiver e aiutarli a riconoscersi nel loro ruolo di cura. In questo senso opera l’associazione “Abitare le età”, che lo scorso anno ha inaugurato una serie di incontri nelle scuole superiori sul tema della relazione di cura. I primi due istituti a sperimentarli sono stati un liceo e un istituto professionale di Bergamo. «L’attenzione al tema dipende dalla disponibilità di ciascun insegnante, ma nei licei c’è più diffidenza ad affrontare questo tema», spiegano Annamaria Scioti e Angiola Minotti, coordinatrici del progetto. «Alcuni professori ce l’hanno detto molto onestamente: quello che conta è la materia, l’area curricolare. Nei professionali, c’è una maggiore intuizione delle difficoltà che i ragazzi vivono a casa perché il fenomeno è più frequente. E parliamo di intuizione perché è una responsabilità lasciata all’insegnante intuire se c’è un problema alle spalle del ragazzo», proseguono Scioti e Minotti.
Per rispondere alle esigenze dei giovani caregiver in età scolare, nel 2018 il Ministero dell’Istruzione ha siglato un protocollo con le organizzazioni impegnate a loro favore. L’obiettivo primario era quello di contrastare gli impatti negativi e definire interventi di sostegno per gli studenti caregiver. Questo accordo, però, si è concretizzato in un nulla di fatto. «Il problema è culturale. Potrebbe anche servire una circolare ministeriale, ma è ancora più importante sviluppare una sensibilità tra gli insegnanti. C’è un questionario che proponiamo ai professori che dice “Tra i tuoi alunni, chi sono quelli che non fanno i compiti? Quanti sono quelli che arrivano in ritardo a scuola? Hai mai provato a pensare che dietro questo non c’è soltanto la mancanza, ma c’è un disagio?”. Allora inizi a farti delle domande, soprattutto se ti dico che in media ci sono due giovani caregiver per classe. E allora inizi ad avere l’occhio vigile, e capisci che la risposta a quel ritardo non è la nota, ma un’attenzione in più», spiega Scioti.
Doppio turno
Per un giovane caregiver l’accesso al mondo del lavoro rappresenta un’ulteriore prova di equilibrismo tra la sfera domestica e le responsabilità del mondo esterno. Il primo impiego solitamente richiede grande impegno e dedizione, ma quando si è il punto di riferimento della propria famiglia diventa difficile concentrare tutte le energie sul lavoro. È il caso di Chiara Livia Ciccotto, che ha 24 anni e fin da piccola si è assunta responsabilità di cura nei confronti di tutta la sua famiglia: «Mia mamma non ha una diagnosi ufficiale – spiega Chiara Livia – ma in famiglia sono stata un po’ io la figura materna, e lei la figlia. Mia sorella è bipolare, mentre mio papà, che ora non c’è più, aveva un tumore allo stomaco, uno alla vescica e uno alla schiena. Riusciva a camminare e a fare la spesa, ma io mi facevo carico delle altre commissioni: se non le avessi fatte io, non le avrebbe fatte nessuno». Oggi Chiara Livia vive con il suo fidanzato, ma continua a occuparsi di sua mamma e sua sorella: «Mi occupo io delle loro faccende domestiche, se hanno bisogno di comprare delle medicine le prendo io e poi gliele porto, se hanno bisogno di aiuto nel fare la spesa le accompagno, e poi magari ci prendiamo un caffè. Anche trascorrere del tempo insieme è in qualche modo terapeutico, e quindi è un lavoro da caregiver».
Senza bussola
Lo stress derivante dalle attività di cura è impattante per chiunque, ma ancora di più per i ragazzi che ancora non hanno completato il loro percorso di crescita. «Numerosi studi hanno evidenziato che vi è un effetto negativo sul benessere psicofisico dei più giovani», spiega la professoressa Limongelli. «Ci sono giovanissimi, non ancora maggiorenni, che manifestano evidenti stati di stress o stati depressivi dettati dall’ansia di dover gestire un altissimo carico di cura. Questo è connesso soprattutto al fatto di non avere il tempo sufficiente da dedicare a se stessi, alla scuola e, in generale, per godersi la vita come farebbe un loro coetaneo». Un altro aspetto che concorre al disagio psicologico è la solitudine e la mancanza di persone con cui confrontarsi. «Questo stato di deprivazione incide sulla loro crescita: potrebbero diventare giovani adulti con persistenti problemi psicologici mai affrontati, persone che non hanno coltivato a pieno i propri talenti, e non sono riuscite a realizzare i loro sogni». Non è un caso se molto spesso chi affronta situazioni di questo tipo intraprende percorsi universitari e lavorativi molto vicini alla loro storia personale, diventando psicologi, assistenti sociali, educatori o infermieri. Anche la presidente di “Young Care Italia” Ibrahim ha riscontrato questo aspetto: «Un conto è se l’esperienza di vita ti ha indirizzato verso una passione, ma se questo avviene perché non hai mai imparato a focalizzarti su te stesso è diverso. Quando sei esposto alla cura fin da molto piccolo e tutto quello che ti succede passa in secondo piano perché dipende da quello che succede fuori da te, l’incapacità di prendere decisioni è dietro l’angolo».
Chi si prende cura di una persona con particolari difficoltà spesso si trova ad affrontare anche situazioni pericolose con conseguenze negative anche a livello psicologico. Prosegue Bianco: «Spesso i caregiver sono molto abili a riconoscere i minimi segnali del malessere degli altri, e questo purtroppo a volte avviene per sopravvivenza. Capita spesso che i ragazzi si trovino in pericolo e siano spaventati dalla persona di cui si prendono cura. Penso banalmente a un nonno con demenza che incomincia a urlare o a sbattere i pugni alla porta. In quel caso magari non c’è un pericolo di vita, ma è una situazione stressante. Di conseguenza i ragazzi hanno spesso difficoltà nel distinguere le loro paure dalla situazione di pericolo, quindi possono essere in una situazione di costante ansia, e senza avere una bussola interna per dire “in questo momento questa ansia ha senso, in questo momento, invece, sto catastrofizzando”».
Vivere e curarsi con mille euro al mese
Alle preoccupazioni sul piano della cura e alla difficile conciliazione tra vita familiare e carriera scolastica o professionale, si aggiunge poi lo scoglio della burocrazia. Quando è un giovane a farsi carico della gestione delle pratiche e della richiesta di sussidi economici l’impatto può essere frustrante. La situazione è particolarmente delicata in Italia, dove per ottenere le agevolazioni è necessario interfacciarsi con enti diversi, e spesso reperire le informazioni non è immediato. «Chi si assume il compito di gestire i documenti si trova davanti a una selva, e tendenzialmente si sente abbandonato», spiega Federica Piacenza, psicologa dello Sportello disabilità della Cisl di Milano. «Questo è ancor più vero per un ragazzo che magari deve ancora metabolizzare la comparsa di una disabilità in famiglia, e che vede la sua vita cambiare completamente quando inizia ad approcciare gli ospedali, il medico di base, lo specialista, prenotare gli esami del sangue, comprare le stampelle…».
Lontane da casa
Secondo i dati del progetto Me-We, nel 12,5 per cento dei casi i giovani caregiver si prendono cura di un fratello o una sorella. Sono i cosiddetti sibling, termine con il quale dagli anni ‘90 sono chiamati i fratelli e le sorelle dei bambini con disabilità. Tra loro ci sono anche Sara e Anna Vanoncini, che con il fratello Fabio hanno un rapporto che definiscono quasi “materno”, anche per i tanti anni di differenza. La più piccola, Sara, ha 23 anni e si è trasferita a Venezia per studiare Relazioni internazionali. Anna ne ha 26, è un medico e vive a Brescia. Sono vivaci, allegre e spesso in disaccordo, come quasi tutte le sorelle. Ma su una cosa sono più unite che mai: l’affetto per i loro fratellini, Mattia e Fabio. Il piccolo di casa aveva solo tre anni quando gli è stata diagnosticata l’atassia telangectasia, una malattia rara che Fabio condivide con meno di cento persone in Italia. «Nei primi anni – racconta Anna – Fabio parlava come un bambino di quell’età, e anche se con qualche difficoltà camminava. Non c’erano ancora quelli che all’esterno vengono visti come deficit. C’era il nostro Fabio ballerino che “barcollava”. Poi verso gli 8 anni ha iniziato a peggiorare».
A chi passa il testimone
Nella vita di un giovane caregiver ci sono le difficoltà legate alla scuola e all’entrata nel mondo del lavoro, le conseguenze psicologiche e l’impatto economico. Ma c’è anche un percorso di crescita accelerato, fatto di compromessi, rinunce e difficili incastri. E c’è, soprattutto, la preoccupazione per il domani, quando ci si troverà a essere i soli caregiver all’interno del nucleo familiare.
Nel mentre, Gian Luca si è laureato in Ingegneria e ora lavora in una multinazionale. I suoi genitori sono andati in pensione e, così, da un anno e qualche mese è andato a vivere da solo. «Abito a dieci minuti di macchina – dice sorridendo Gian Luca – però ho iniziato un po’ a costruirmi la mia vita. Comunque ci sono per tutte le necessità, aiutare quando ci sono degli impegni, piuttosto che andare a prendere Alessio durante il weekend e portarlo a fare un giro, anche per far riposare i miei genitori». Si sono «allineati i pianeti», come scherza Gian Luca, e al momento si è creata una situazione di stabilità che gli ha permesso di procedere con la propria vita, anche se non nasconde una certa preoccupazione per il dopo. «Purtroppo la prospettiva futura è quella che mi preoccupa di più. Non abbiamo una grande famiglia, non abbiamo familiari con cui interagiamo molto, quindi da dire “saranno lì per aiutarmi”. Io ho un fratello che chiaramente non è che dall’oggi al domani diventerà autonomo e ho due genitori “anziani”. Mio padre ha 70 anni, mia madre ne compie 67 a breve, ma sono persone che per 31 anni hanno gestito un carico sia emotivo che fisico molto pesante, quindi ne sentono molti di più. Da qui a cinque o dieci anni io mi aspetto di trovarmi da solo a essere caregiver di tre persone. Questa è sicuramente la cosa che mi preoccupa di più: non farmene carico, perché è una palestra a cui con alti e bassi sono sempre stato allenato, ma non essere sufficiente per riuscire a gestire un lavoro, a cui non vorrei dover rinunciare, una persona con disabilità e due persone che diventeranno anziane».




