Un sogno chiamato San Siro
La prima esclusione dai Mondiali di calcio in 60 anni ha scioccato l’Italia, ma non ha spento la speranza di milioni di bambini: calcare i campi di Serie A. Servono grandi sacrifici, solo 1 su 3000 ce la fa. E gli altri?
di Francesco Caligaris e Giovanni Marrucci
Uno su tremila ce la fa. E gli altri?
«Non tutti devono arrivare per forza, ma è difficile accettarlo»
Pierluigi Frosio
Società professionistiche come Milan e Inter provano a scovare i futuri Maldini e Facchetti già in giovanissima età, 7-8 anni. Simone Fautario era una giovane promessa. Oggi ha 30 anni, gioca nell Fano in serie C e nel 2007 ha vinto – da capitano – lo scudetto Primavera con l’Inter. Era in squadra con Mario Balotelli e Leonardo Bonucci. «Ho fatto due provini ma ero già un po’ più grande della media, avevo 12 anni – ricorda – Il primo andò male, la seconda volta mi presero. I provini si facevano ogni giovedì, una partita 11 contro 11 con tutti ragazzi sconosciuti», racconta.
«Ho visto tanti forti perdersi e altri meno forti, ma con più fame, arrivare»
Maurizio Ganz
Chi non ce la fa – la maggioranza, per mille motivi – soffre. Sfumato il sogno, è destinato ad abbandonare il calcio. La fine di una routine, il risveglio da una bolla e la paura di affrontare il mondo “vero”, spesso perché privi di un’adeguata preparazione. Uno studio del 2015 della Teesside University ha dimostrato che il 55% dei ragazzi inglesi scartati dalle “academy” soffrono di problemi psicologici nei primi 21 giorni dall’addio. Qualcuno si è anche suicidato, come ha raccontato il Guardian a inizio ottobre. In Italia non sono mai emersi casi del genere, ma Agostino Malavasi, presidente del Cimiano, conferma: «Quando vieni scartato ti senti un fallito: o smetti subito di giocare o torni in società più piccole, ma mai in quella da cui sei partito, con la prospettiva di smettere comunque dopo qualche anno. Essere scartati dal Milan o dall’Inter è una batosta caratteriale e professionale sia per i figli sia per i genitori. E succede sempre prima, a 10-11 anni, presto per capire se un calciatore diventerà forte o no. Un ‘no’ non dev’essere visto come una sconfitta, può essere che uno non sia ancora pronto». Per questo – continua Alberto Campelli dell’Ausonia – «andare in una società professionistica per qualche anno deve essere visto come una fortuna, una bella opportunità che non capita a tutti, non come una sorta di lavoro già a 8 anni».
«Spero che i miei figli non siano capaci di giocare a calcio»
Simone Fautario
Il fondo di fine carriera dell’Aic (Associazione italiana calciatori), nel 2014/15, stimava in 4 mila euro lordi lo stipendio medio mensile di un calciatore di serie C. In A la media è di 100mila, in B di 14mila. «Ma sono davvero pochi quelli che vivono di rendita», assicura Fautario. Anche perché, qualche volta, capita che i soldi dovuti neanche arrivano.
Quelli come Fautario sono molti di più dei milionari della serie A, ma fanno molto meno rumore. E poi ci sono quelli come Stefano Pastrello. A 16 anni passa dal Padova al Milan, lontano dalla famiglia veneta. Il 24 maggio 2003, a 19, gioca mezz’ora in serie A nell’ultima giornata di campionato: Piacenza-Milan 4-2, a quattro giorni dalla finale di Champions League vinta dai rossoneri contro la Juventus. È una specie di regalo che l’allenatore Carlo Ancelotti fa a lui e ad altri cinque compagni di Primavera, anche per preservare i titolari in vista della sfida di Manchester. Una presenza, e poi basta. Il Milan lo vende al Verona, in serie B. Firma un lungo contratto, ma gira in prestito tutta l’Italia: va in Puglia (Martina Franca) poi torna vicino casa, a Portogruaro. Quindi scende in Sicilia (Modica) e, risalendo, si ferma in Toscana, a Poggibonsi. A 26 anni, con ancora tre anni di contratto, decide di lasciare. Va in Interregionale e poco dopo inizia a lavorare come barista insieme al fratello. «Il calcio mi ha dato da mangiare, ma dopo c’è un’altra vita – spiega – La carriera un giorno finisce e bisogna avere la mentalità giusta per capirlo. Io ho solo anticipato i tempi perché non mi sentivo realizzato ma sfruttato. Non è stata una scelta facile, ma ora posso dirlo: è stata una scelta giusta».

