GOLF

IL VERDE IN BUCA

“Green” è un termine speciale nel golf. È la parte più pregiata del campo. È una zona cruciale, la più delicata: una sorta di cerchio che assume le forme più disparate e che suona come verdetto per un golfista. È il luogo dei sogni o delle disgrazie, quello in cui il giocatore compie gli ultimi passi verso la buca… Dentro o fuori?
“Green” è anche un termine storicamente legato al golf, che si riconcilia con la sua natura più profonda. Le origini di questo mondo si devono alla Scozia, alle coste britanniche. In questi contesti il campo e il territorio sono una cosa unica, si fondono ed è lo sport che si adatta alla natura circostante. Il golf è cambiato negli anni, si è evoluto e ha assunto forme diverse, ma ancora oggi può rappresentare un “presidio di verde”. Un luogo dove preservare la natura, le sue piante, i suoi fiori, e persino gli animali.

L’attenzione su questo tema l’ha riportata l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) stilando un rapporto che misura lo stato dell’ambiente in Italia. Uno dei 320 indicatori usati prende in considerazione proprio l’impatto che ha il golf (prevalentemente consumo di suolo e di acqua) sull’ambiente e, come spiega Giovanni Finocchiaro, responsabile della sezione di statistica ambientale e autore del rapporto, «si tratta di  un modo per mantenere una lucina accesa su potenziali criticità ambientali di questo sport».
Finocchiaro sottolinea però anche che qualcosa nel settore si sta muovendo: «Un elemento che evidenzia come il golf abbia colto la sfida e stia cercando di fare passi in avanti dal punto di vista della sostenibilità è il fatto che la stessa Federgolf stia valorizzando le certificazioni ambientali, segnalando una serie di buone pratiche ecologiche da adottare nei circa 350 campi della Penisola».

Bunker: Banco di sabbia di piccole dimensioni, che costituisce un ostacolo nel campo e può formare una depressione oppure un monticello nel terreno

Fairway: 
La parte del percorso tra il tee e il green con erba corta, dove è più facile colpire la pallina

Green: La zona intorno alla buca con erba molto corta

Par: Il numero standard di colpi che un golfista esperto dovrebbe impiegare per completare una buca o l’intero percorso

Putt: 
Colpo eseguito sul green, solitamente con il putter, per far entrare la pallina nella buca

Tee: L’area di partenza di ogni buca; si usa anche per indicare il piccolo supporto su cui si poggia la pallina per il primo colpo

Un viaggio tra i circoli lombardi


Per valutare l’impatto ambientale dei campi da golf, negli anni, sono state messe a punto varie certificazioni, internazionali e nazionali. Guardando i circoli certificati in Italia, la Lombardia sembrerebbe quella con le criticità maggiori, visto che sono 44 i campi senza attestato. Questo però si spiega con il fatto che è anche la regione con più club: 66 sparsi in tutte le province, di cui 21 certificati e appunto 44 senza certificazione.
Gli attestati principali sono due: Geo a livello internazionale e con parametri più stringenti, e “Impegnati nel verde”, con una dimensione nazionale. Dal punto di vista della gestione, la situazione è infatti ben più critica nel centro-sud. Qui molti campi sono pensati come veri e propri resort turistici e spesso non si presta attenzione ai consumi, in particolare a quelli idrici.

I CIRCOLI LOMBARDI

I TESSERATI IN LOMBARDIA

Il nostro viaggio inizia in una soleggiata mattina invernale nel Golf club Carimate, costruito su 60 ettari del parco secolare del castello omonimo, a 20 minuti di auto da Como. Varcato un elegante cancello in ferro battuto e percorso un breve sentiero ciottolato raggiungiamo il campo, dove ci aspetta Walter Gorla, direttore dal 2016, che ne ripercorre la storia: «Il circolo è nato nel 1962 e il campo fu progettato dall’architetto Piero Mancinelli, mentre per la club house l’incarico fu affidato a Guido Veneziani e Vico Magistretti. Quest’edificio segue l’andamento del terreno, con finestre e tagli che inquadrano il paesaggio e i grandi alberi secolari del parco, e ci ha consentito di ottenere il riconoscimento di “Impegnati nel verde” per la categoria “Patrimonio storico”». Tra le curiosità legate a Carimate ci sono le omonime sedie, progettate da Vico Magistretti proprio per la club house, vendute poi perfino ai Beatles e oggi parte anche della collezione del Moma a New York.

Dopo aver lasciato il Golf club Carimate, un breve percorso di una decina di minuti verso nord-est ci porta al circolo di Monticello, comune di Cassina Rizzardi, sempre nel Comasco. E qui la musica cambia leggermente. Guardiola color nocciola, sbarre abbassate e richiesta delle generalità da parte di un addetto alla sicurezza. Nell’area del campo ci sono infatti anche circa 630 abitazioni private, una sorta di piccola città nella città.
Ad accoglierci ci sono il segretario sportivo Daniele Rusconi, il superintendent Michele Deiana e il maestro Edoardo Marelli. «Il nostro circolo – spiega Rusconi – è uno degli impianti storici della Lombardia, aperto nel 1974. Qui si sono giocate sette edizioni dell’Open d’Italia, il più celebre torneo nazionale». Dal punto di vista tecnico ci sono due percorsi, il rosso e il blu: «Sul primo si sono giocati gli Open, è prevalentemente pianeggiante ed è più lungo. Il secondo presenta invece maggiori insidie tecniche determinate dalla presenza di bunker e altri ostacoli naturali».
Per giocare Monticello è un paradiso, ma dal punto di vista ambientale? Il club, come spiega Rusconi, non ha mai deciso di puntare sulle certificazioni Geo e “Impegnati nel verde”: «Oltre alla spesa economica non indifferente, preferiamo sensibilizzare i nostri soci e portare avanti altre attività concrete, sia in campo sia in club house. In passato avevamo fatto richiesta però era stata respinta perché i vari parametri per Geo sono molto più stringenti di quelli stabiliti dalla normativa nazionale. Per il momento non è il nostro focus però sicuramente non escludiamo a priori di adeguarci».

L’ultima tappa tra i circoli lombardi è il Golf club La Pinetina ad Appiano Gentile, il primo che nel 2010 ha ottenuto la certificazione Geo (rinnovata ogni tre anni fino ad oggi), a cui si aggiungono quattro riconoscimenti “Impegnati nel verde”.
La sua storia è strettamente connessa con quella dell’Inter, come ci racconta il direttore Simone Laureti: «La nascita del circolo nel 1972 rappresenta l’ultimo mattone di un progetto avviato una decina di anni prima quando, chiamato dal presidente Angelo Moratti, arrivò all’Inter l’allenatore Helenio Herrera. Herrera chiese che si trovasse un luogo non lontano da Milano dove lavorare con tranquillità nel verde. A Moratti l’idea piacque e nei pressi di Appiano Gentile individuò una zona boschiva ed incolta che poco alla volta acquistò dai proprietari. Il campo da golf venne realizzato in un secondo momento».
Una zona che da sempre è ricchissima dal punto di vista della fauna e della flora. «Vogliamo che continui ad essere così e ci impegniamo per questo obiettivo», spiega Laureti.
La Pinetina, oltre ad avere ottenuto la certificazione Geo, ha anche l’attestazione Esg (Enviromental, social e governance), che valuta l’impatto di un’azienda in ambiti sociale, ambientale e amministrativo. L’impegno concreto con l’adeguamento costante ai parametri richiesti per ottenere le varie certificazioni garantisce importanti benefici non solo all’ambiente, ma anche al circolo: «È un riconoscimento che ci assicura maggior prestigio e ci rende attrattivi, soprattutto verso i turisti stranieri. Gli sforzi che facciamo sono notevoli, in particolare dal punto di vista economico, ma ne valgono sicuramente la pena».

Il nostro viaggio inizia in una soleggiata mattina invernale nel Golf club Carimate, costruito su 60 ettari del parco secolare del castello omonimo, a 20 minuti di auto da Como. Varcato un elegante cancello in ferro battuto e percorso un breve sentiero ciottolato raggiungiamo il campo, dove ci aspetta Walter Gorla, direttore dal 2016, che ne ripercorre la storia: «Il circolo è nato nel 1962 e il campo fu progettato dall’architetto Piero Mancinelli, mentre per la club house l’incarico fu affidato a Guido Veneziani e Vico Magistretti. Quest’edificio segue l’andamento del terreno, con finestre e tagli che inquadrano il paesaggio e i grandi alberi secolari del parco, e ci ha consentito di ottenere il riconoscimento di “Impegnati nel verde” per la categoria “Patrimonio storico”». Tra le curiosità legate a Carimate ci sono le omonime sedie, progettate da Vico Magistretti proprio per la club house, vendute poi perfino ai Beatles e oggi parte anche della collezione del Moma a New York.

Dopo aver lasciato il Golf club Carimate, un breve percorso di una decina di minuti verso nord-est ci porta al circolo di Monticello, comune di Cassina Rizzardi, sempre nel Comasco. E qui la musica cambia leggermente. Guardiola color nocciola, sbarre abbassate e richiesta delle generalità da parte di un addetto alla sicurezza. Nell’area del campo ci sono infatti anche circa 630 abitazioni private, una sorta di piccola città nella città.
Ad accoglierci ci sono il segretario sportivo Daniele Rusconi, il superintendent Michele Deiana e il maestro Edoardo Marelli. «Il nostro circolo – spiega Rusconi – è uno degli impianti storici della Lombardia, aperto nel 1974. Qui si sono giocate sette edizioni dell’Open d’Italia, il più celebre torneo nazionale». Dal punto di vista tecnico ci sono due percorsi, il rosso e il blu: «Sul primo si sono giocati gli Open, è prevalentemente pianeggiante ed è più lungo. Il secondo presenta invece maggiori insidie tecniche determinate dalla presenza di bunker e altri ostacoli naturali».
Per giocare Monticello è un paradiso, ma dal punto di vista ambientale? Il club, come spiega Rusconi, non ha mai deciso di puntare sulle certificazioni Geo e “Impegnati nel verde”: «Oltre alla spesa economica non indifferente, preferiamo sensibilizzare i nostri soci e portare avanti altre attività concrete, sia in campo sia in club house. In passato avevamo fatto richiesta però era stata respinta perché i vari parametri per Geo sono molto più stringenti di quelli stabiliti dalla normativa nazionale. Per il momento non è il nostro focus però sicuramente non escludiamo a priori di adeguarci».

L’ultima tappa tra i circoli lombardi è il Golf club La Pinetina ad Appiano Gentile, il primo che nel 2010 ha ottenuto la certificazione Geo (rinnovata ogni tre anni fino ad oggi), a cui si aggiungono quattro riconoscimenti “Impegnati nel verde”.
La sua storia è strettamente connessa con quella dell’Inter, come ci racconta il direttore Simone Laureti: «La nascita del circolo nel 1972 rappresenta l’ultimo mattone di un progetto avviato una decina di anni prima quando, chiamato dal presidente Angelo Moratti, arrivò all’Inter l’allenatore Helenio Herrera. Herrera chiese che si trovasse un luogo non lontano da Milano dove lavorare con tranquillità nel verde. A Moratti l’idea piacque e nei pressi di Appiano Gentile individuò una zona boschiva ed incolta che poco alla volta acquistò dai proprietari. Il campo da golf venne realizzato in un secondo momento».
Una zona che da sempre è ricchissima dal punto di vista della fauna e della flora. «Vogliamo che continui ad essere così e ci impegniamo per questo obiettivo», spiega Laureti.
La Pinetina, oltre ad avere ottenuto la certificazione Geo, ha anche l’attestazione Esg (Enviromental, social e governance), che valuta l’impatto di un’azienda in ambiti sociale, ambientale e amministrativo. L’impegno concreto con l’adeguamento costante ai parametri richiesti per ottenere le varie certificazioni garantisce importanti benefici non solo all’ambiente, ma anche al circolo: «È un riconoscimento che ci assicura maggior prestigio e ci rende attrattivi, soprattutto verso i turisti stranieri. Gli sforzi che facciamo sono notevoli, in particolare dal punto di vista economico, ma ne valgono sicuramente la pena».

Ma che cosa sono le certificazioni?

Come spiegato sul sito della Federgolf, «un percorso gestito secondo criteri di sostenibilità ambientale rappresenta un’oasi per l’incremento e la tutela della biodiversità e della funzionalità della rete ecologica e consente il risparmio di risorse naturali ed economiche». Per valutare questi aspetti, negli anni sono state messe a punto varie certificazioni che misurano l’impegno ecologico di un circolo.

La massima attestazione green è la Geo, un marchio di approvazione internazionale della Golf environment organisation, un ente no-profit e non governativo il cui fine è la promozione della sostenibilità nel golf. A livello nazionale, in Italia il riconoscimento principale è “Impegnati nel verde”, nato come certificazione internazionale (Committed to green) prima della Geo, ma poi ridimensionato a causa di una serie di problemi economici.

A chiarire meglio l’evoluzione delle certificazioni è il professore Paolo Croce, uno dei verificatori per l’Italia: «Dopo la nascita della Geo ci si rese conto che sarebbe potuto sorgere un dualismo fra queste due organizzazioni e così Committed to green rimase un’iniziativa all’interno delle singole federazioni nazionali (in Italia prese il nome di “Impegnati nel verde”, ndr). Il riconoscimento non è una certificazione a 360 gradi come quella Geo, ma premia il buon comportamento di un campo in merito a un aspetto ambientale specifico, dalla valorizzazione del paesaggio all’uso di fonti energetiche rinnovabili».

In Italia, i circoli “Impegnati nel verde” sono 99, mentre appena 16 quelli che hanno ricevuto la certificazione Geo, che ha una durata di tre anni. Due i motivi principali, come evidenzia Croce: «Da un lato la federazione non la promuove e dunque molti circoli non la conoscono, dall’altro pesano i costi sia per raggiungere i parametri, sia per le spese per la verifica: una visita costa circa 1200 euro e per questo molti non la rinnovano dopo i tre anni».

Accanto a queste «medaglie ambientali», nel 2014 era stato presentato in maniera ambiziosa il progetto Biogolf, che «prevedeva di raggiungere le massime vette del biologico in ambito di costruzione e manutenzione dei campi». Tuttavia, come spiega amareggiato Croce, «l’idea è naufragata a causa dello scarso interesse della federazione». Indipendentemente dai vari riconoscimenti, tutti i circoli sono comunque tenuti a rispettare una serie di linee guida diramate a livello nazionale. Il riferimento principale è il Pan (Piano d’azione nazionale), che definisce l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari.

NATURA
– Habitat e biodiversità
– Gestione del tappeto erboso
– Prevenzione dell’inquinamento
RISORSE
– Acqua
– Energia
– Materiali
COMMUNITY
– Salute e benessere:
– Sensibilizzazione e inclusione:
– Comunicazione e advocacy:
Il Decreto dei Ministeri delle Politiche Agricole, dell’Ambiente e della Salute del 22 gennaio 2014 ha adottato il Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (PAN).

Esso si prefigge di guidare, garantire e monitorare un processo di cambiamento delle pratiche di utilizzo dei prodotti fitosanitari verso forme caratterizzate da maggiore compatibilità e sostenibilità ambientale e sanitaria.
Tra gli obiettivi da raggiungere ci sono:

  • ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari sulla salute umana, sull’ambiente e sulla biodiversità;
  • promuovere l’applicazione dell’agricoltura biologica e di altri approcci alternativi;
  • proteggere gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari e la popolazione interessata;
  • tutelare i consumatori;
  • conservare la biodiversità e tutelare gli ecosistemi.

fonte: Regione Piemonte

La progettazione di un campo

Progettare, realizzare e curare un campo da golf, rispettando l’ambiente da un lato e garantendo la qualità del gioco dall’altra, è un compito delicato. Dal 2020 l’Università di Bologna ha avviato un master in Gestione Tecnica e Progettazione dei tappeti erbosi sportivi ed ornamentali“, che quest’anno però non è stato avviato perché non è stato raggiunto il numero minimo di iscritti. Il direttore Alberto Minelli spiega quali sono le discipline che vengono insegnate: «Per tutti gli studenti c’è una base agronomica, con lezioni sulla chimica del suolo, le concimazioni, l’irrigazione e le scelte varietali.

Conclusa questa prima parte, gli studenti scelgono l’ambito in cui specializzarsi: golf, campi sportivi o verde ornamentale. Tra gli insegnamenti legati al golf c’è Progettazione e costruzione campi”, con la cattedra affidata a Paolo Croce: «Spieghiamo che prima di tutto è necessario capire che tipo di suolo si trova nell’area interessata. Solo dopo questa fase, il piano può essere presentato alle autorità competenti per ottenere le autorizzazioni. Da quel momento si apre un iter amministrativo che può protrarsi per anni e che non sempre si conclude con un via libera». Agli aspetti normativi si affiancano alcune linee guida a livello sportivo, visto che bisogna rispettare determinati standard per quanto riguarda le varie distanze: «Sarebbe opportuno che il progettista conosca bene lo sport perché gli ostacoli vanno messi in funzione delle abilità dei giocatori», sottolinea Croce.

Tra chi si occupa della pianificazione c’è anche Giulia Ferroni, fondatrice e direttrice di “Leeds golf design”, azienda del Regno Unito specializzata nella progettazione e ristrutturazione di campi da golf: «Io ho un approccio al design sostenibile: punto a creare aree esterne a quelle in cui si gioca, che possono ospitare specie locali a rischio, e parto dall’idea di sfruttare al massimo quello che viene già offerto dalla natura».
Infatti, in un campo da golf che si sviluppa su circa cento ettari, solo una ventina sono quelli destinati al gioco vero e proprio e quindi solo un quinto di tutta l’area viene irrigato e ha bisogno di determinate risorse. «Calcolare i consumi idrici sull’estensione totale porta a risultati fuorvianti e restituisce un’immagine negativa del golf», spiega Paolo Croce, che aggiunge: «i campi da golf sono habitat per molte specie di piante e animali perché offrono condizioni più favorevoli alla biodiversità rispetto alle monocolture agricole, dove pratiche intensive riducono la varietà di flora e fauna».

Manutenzione e cura: il superintendent

Per quanto riguarda la cura del verde, nel 1989 è stata istituita, all’interno della Scuola Nazionale Golf, la Green Section, con l’obiettivo – come riportato sul sito della Federgolf – di «formare tecnici professionalmente qualificati, in grado di occuparsi della manutenzione dei tappeti erbosi». La formazione dura quattro anni e non è obbligatorio avere una laurea per iscriversi. Al termine del percorso si ottiene il titolo di superintendent, una qualifica di livello internazionale che indica il responsabile di tutto ciò che accade al «verde» di un campo da golf ed è a capo di una squadra di greenkeeper.

Vanni Rastrelli, formatosi sia alla Scuola nazionale sia al master bolognese, è ora superintendent del Golf club Ugolino a Firenze: «La giornata tipo inizia all’alba e, dopo un briefing con la squadra per organizzare la giornata, ci spostiamo in campo. C’è chi lavora attivamente a tagliare l’erba e chi invece fa un check-up, controlla lo stato di salute dell’erba e programma il lavoro per i giorni successivi». Il superintendent deve gestire un gruppo che in Italia, per un campo da 18 buche, varia dalle cinque alle nove unità.

«La parte più tecnica, quella agronomica legata alle concimazioni e all’irrigazione si impara grazie allo studio, ma è fondamentale l’esperienza diretta sul campo, perché ogni circolo ha le sue caratteristiche. Un esempio: le caratteristiche del suolo e del clima al circolo dell’Ugolino a Firenze dove lavoro sono molto diverse da quelle del circolo Le Pavoniere a Prato, distante appena una quarantina di chilometri». In ogni campo, indipendentemente dalla sua posizione, la zona più delicata dal punto di vista della manutenzione è quella del green, in cui si trova la buca: «I green sono generalmente costruiti su substrati sabbiosi con profili studiati per garantire drenaggio e controllo, ma che richiedono comunque una gestione molto intensiva. L’erba viene tagliata più volte a settimana, spesso quasi ogni giorno in estate, a altezze bassissime (2,5–4,5 mm), e sottoposta regolarmente a carotature e verticut. In queste condizioni il tappeto erboso è fortemente stressato e più soggetto a malattie. In Italia però l’uso dei fungicidi è limitato dalle leggi e quindi, per proteggere le piante, si usano prodotti naturali che le aiutano a difendersi da sole e microrganismi che contrastano le malattie».

  • CAROTATURA: Operazione di manutenzione che consiste nella rimozione di piccoli cilindri di terreno (carote) dal tappeto erboso, in particolare dal green. Questo processo. Questo processo crea migliaia di fori nel terreno, permettendo al suolo di respirare, migliorando il drenaggio e stimolando la crescita dell’erba
  • VERTICUT: Operazione colturale fondamentale che consiste nel tagliare il manto erboso verticalmente, anziché orizzontalmente come avviene con il normale taglio a lame rotanti., ossia lo strato di erba morta e residui organici che si accumula tra il terreno e la parte verde della pianta. Il feltro in eccesso impedisce il passaggio di acqua, aria e nutrienti alle radici.

Il golf come motore per il turismo

Turismo e sport sono un binomio che ormai funziona, per diversi motivi, e che spesso è legato alla natura. Per il golf la storia non è diversa, ha assunto solo una connotazione più «inglese». I primi «viaggi golfistici» erano diretti verso le coste britanniche, verso i cosiddetti links, lo stile di campo più antico e puro di questo sport, originario della Scozia. Negli ultimi anni il turismo golfistico ha conosciuto una forte espansione in molte aree d’Europa. In Italia, invece, il percorso è stato più lento e discontinuo, anche se in tempi recenti anche qui si sta cercando di colmare il divario.

A raccontarcelo è Vincenzo Fiordelisi, vicepresidente del Comitato Regionale Lombardo della Federazione Italiana Golf: «Tanti anni fa sono nati in Italia circoli prevalentemente privati che non avevano come faro l’accessibilità di questo sport. Con il tempo le cose sono cambiate e ad oggi esistono numerosi circoli che danno l’opportunità di giocare a bassi costi». In Lombardia, nel 2024, è stato avviato il progetto “Open Horizon” con l’idea, spiega Fiordelisi, di «rendere la Lombardia il punto di riferimento per il golf in Italia». “Open Horizon” è un’iniziativa promossa dalla Regione in collaborazione con Assolombarda, Confindustria e la Federazione. L’obiettivo è quello di creare un collegamento diretto tra i circoli lombardi e il turismo, favorendone la diffusione, rendendolo più inclusivo e aumentandone l’attrattività per i turisti dall’elevata capacità di spesa.

«L’input arriva direttamente dalla Regione che ha notato una mancanza nella proposta turistica della Lombardia. Stiamo portando avanti un’analisi dei circoli di golf per capire cosa possono rinnovare». Negli ultimi anni la situazione sta comunque cambiando anche a livello nazionale, come mette in luce Fiordelisi: «La Federazione ha introdotto il tesseramento libero, consentendo ai giocatori di accedere ai campi senza dover obbligatoriamente iscriversi a un circolo, con modalità simili al “pay and play” tipico dei campi da tennis o padel, in cui si paga una quota giornaliera».
Uno dei grossi limiti rimane però la comunicazione, dal momento che ancora oggi il golf è percepito come uno sport elitario. Da questo punto di vista, a metà gennaio la Federgolf ha lanciato il progetto Golf Pop proprio per avvicinare nuovi appassionati a questo sport, rendendolo più accessibile, semplice e immediato. Grazie alla Golf Pop card, al costo di 20 euro, si ottengono una lezione con un maestro, il tesseramento ufficiale e la copertura assicurativa federale.

Oltre il confine

All’estero, il turismo golfistico appare più strutturato rispetto all’Italia. Le realtà più dinamiche sono Turchia, Grecia, Marocco e la Penisola iberica. «In Italia abbiamo poche strutture ricettive all’interno dei campi da golf e non si ragiona da resort. Se si va in Andalusia o a Marrakech, ci sono quattro campi nel raggio di un quarto d’ora di strada. Ogni giorno si può giocare in un campo diverso», spiega Fiordelisi. In questi Paesi però, a farne le spese, è l’attenzione verso l’ambiente perché, come mette in luce Paolo Croce, «il potere d’acquisto del turista che gioca a golf prevale su tutto il resto: spesso si pensa che i turisti che portano denaro vogliano trovare la perfezione, e quindi non si bada a spese, in particolare dal punto di vista del consumo idrico. In realtà si accontentano di avere un prato, una buca e un paesaggio che non sia avvolto dalla nebbia».

Il punto di riferimento per il golf in Europa sono comunque i Paesi del nord. A fare da traino è il Regno Unito, dove il golf è un culto, come spiega Giulia Ferroni: «Anche il paesino più piccolo ha il suo campo e giocarci è come praticare qualsiasi altro sport. Anche l’operaio può giocarci e non c’è lo spirito di elitarismo che vediamo nel nostro Paese». Si tratta di una mentalità diversa anche dal punto di vista dell’attenzione all’ambiente: «Nei Paesi Bassi ci sono leggi più stringenti rispetto a quelle europee e si adotta un approccio più bio e organico, con i campi che hanno un aspetto più naturalistico», sottolinea Ferroni, «i giocatori accettano il fatto che il campo sia legato al contesto in cui è inserito, e dunque non si aspettano né chiedono le caratteristiche che potrebbe avere un resort turistico».

Negli Stati Uniti invece, anche se ci sono molti campi pubblici dove si ritrovano le famiglie, si tratta di un settore molto legato ai soldi. «Questo si traduce in un modo di lavorare diverso, soprattutto per i mezzi tecnici disponibili. C’è anche però una legislazione che consente l’uso di una gamma più ampia di fitosanitari, con conseguenze negative per l’ambiente», racconta Vanni Rastrelli, superintendent che ha lavorato all’US Open del 2025.

Negli ultimi anni, l’attenzione all’impatto ambientale sta crescendo. La legislazione nei vari settori industriali e produttivi è diventata progressivamente più stringente. E l’universo del golf ha dovuto adeguarsi e di conseguenza rinnovarsi. Le varie certificazioni e le limitazioni sui prodotti fitosanitari testimoniano che la lucina tanto evocata dal ricercatore Giovanni Finocchiaro, è stata accesa. Certo c’è ancora molto da fare, ma la direzione intrapresa dal mondo dei green e dei ferri sembra essere quella giusta. Il tutto per arrivare a sconfessare quell’immagine obsoleta legata a questo sport, fatta di esclusività e menefreghismo. Golf e natura sono due parole che possono stare nella stessa frase, e persino alimentarsi a vicenda. Sarà solo il tempo a dirci se il patto sarà rispettato.