INTO THE (RE)WILD
di Valentina Guaglianone e Riccardo Stoppa
Se Spirit ci ha insegnato qualcosa è che «ci sono volte in cui un cavallo deve comportarsi da cavallo».
E la storia dei cavalli selvaggi dell’Aveto è una di quelle volte.
Abbandonati alla morte del proprietario, all’inizio degli anni Novanta, rappresentano l’eredità di un piccolo gruppo di cavalli domestici che si è adattato, in completa autonomia, al territorio che li ospitava. Da quel momento si sono riprodotti senza alcun contatto con l’uomo e hanno messo in atto, spontaneamente, quelle relazioni sociali tipiche degli equini che vivono in bande.
Oggi sono circa centodieci i cavalli, divisi in dieci branchi, che si muovono liberamente nell’entroterra ligure, in un territorio di trentasei chilometri quadrati. Poco più di tremila ettari che interessano tre vallate: la val d’Aveto, la val Graveglia e la valle Sturla. Un po’ come il vento nell’erba della prateria, i cavalli inselvatichiti sono diventati parte di questo posto. Un posto in cui si passa dall’alta montagna ai paesaggi rurali con castagneti e faggeti, dai prati pascolati alle zone umide, come le torbiere. Ma anche ai laghetti di origine glaciale e alle zone di crinale, come quelle che si estendono fra i comuni di Santo Stefano d’Aveto, Rezzoaglio e Borzonasca.
Vi ricordate il sole, il cielo e il vento, al tempo in cui i cavalli selvaggi correvano liberi? Forse no. Perché è un qualcosa che abbiamo visto solo nei film. O comunque un qualcosa di troppo lontano. Ma Spirit non è un personaggio di fantasia. Non lo troviamo solo nei cartoni animati. È un cavallo selvaggio. Un vero cavallo selvaggio. Che corre, libero e indomabile, nelle steppe euroasiatiche e nelle praterie nordamericane. E che ora è possibile trovare, se si è fortunati, anche in Liguria.
NON UN PROBLEMA, MA UNA RISORSA
Bisogna fare una precisazione. Il termine corretto per indicare gli animali che appartengono a specie domestiche ma che, per diversi motivi, vivono liberi da più generazioni è rewild (rinselvatichiti). È questo il caso dei cavalli dell’Aveto che «chiamiamo selvaggi, per usare un termine più suggestivo», chiarisce Evelina Isola. Naturalista e guida ambientale escursionista, tra il 2011 e il 2012, insieme a Paola Marinari, ha fondato il progetto “Wild horse watching” – I cavalli selvaggi dell’Aveto, da cui poi è nata, nel 2019, l’associazione Rewild Liguria.
«L’obiettivo non è solo quello di valorizzare la presenza di cavalli inselvatichiti che vivono nelle valli del parco dell’Aveto – racconta Isola –, ma anche quello di promuovere una corretta coesistenza con gli abitanti del luogo, cercando di dimostrare che la loro presenza, per quanto ingombrante, non rappresenta un problema ma una risorsa». Per renderlo possibile, Isola e Marinare hanno spostato l’attenzione sulla loro potenziale attrattività turistica. Un turismo lento, sostenibile e naturalistico.
L’impatto ambientale e la compatibilità con questi animali è stato il primo fattore valutato: «Grazie al lavoro di monitoraggio che facciamo da più di dieci anni e alle ricerche effettuate tramite le tesi di laurea di studenti e studentesse, abbiamo capito che la presenza dei cavalli su questo tipo di territorio è conservativa. Abbiamo fatto anche uno studio specifico sulle fioriture delle aree di torbiera da cui è emerso che nei posti in cui pascolano i cavalli c’è più biodiversità. La loro azione è simile a quella della falce del contadino che, falciando i pascoli, crea una diversità floristica maggiore di quella che ci sarebbe in natura», spiega Isola.
Uno dei metodi più efficaci di conservazione dell’habitat è proprio il pascolamento. Quello che oggi, quando si parla delle tecniche di rewilding, viene chiamato natural grazing: una pratica di conservazione ambientale e di gestione del territorio che prevede l’uso di grandi erbivori, selvatici o semi-selvatici, per pascolare in aree naturali tutto l’anno, con il minimo intervento umano. Questo permette di ripristinare i processi ecologici naturali, consentendo agli animali di vivere in modo autonomo, ri-evolvendosi, e favorendo la biodiversità. In queste zone, e a questa altitudine, infatti, ci si aspetterebbe di trovare solo foreste di faggio, ma troviamo anche aree di pascolo con un’altissima varietà biologica. Tanto che l’importanza di questi branchi è paragonabile a quella dei Mustang, i cavalli selvatici del nord America che contribuiscono a plasmare i paesaggi delle praterie.
Queste mandrie rappresentano in Italia una risorsa naturalistica unica sia per il rapporto con l’ambiente sia, appunto, per la conservazione del territorio. Ampie praterie, pascoli, boschi, foreste. È l’Aveto, col suo habitat favorevole, a svolgere un ruolo di primo piano, facilitando il ritorno di questa specie in natura. «Non è così dappertutto – precisa Isola –. Non tutte le zone possono offrire una situazione vantaggiosa dal punto di vista naturalistico perché non hanno la diversificazione che c’è qui. In alcune c’è poca acqua, in altre le zone di pascolo sfruttabili sono troppo poche o troppo povere, oppure sono vicino ai centri abitati. Di conseguenza non tutti i cavalli che vengono abbandonati, cosa che tra l’altro è un reato, sono in grado di ricreare le condizioni ottimali di vita. Serve un’eterogeneità topografica utile a sfruttare il territorio nelle diverse stagioni».
Quella del rewilding è una tecnica di conservazione dell’ambiente che sta suscitando interesse anche fuori dall’Italia, con progetti come Rewilding Europe. L’associazione, in collaborazione con realtà locali, ha individuato 5 milioni di ettari di terreno dove il rewilding non solo è possibile, ma viene anche incentivato. Il delta del Danubio, le Alpi del Delfinato o la taiga svedese sono solo alcune delle aree interessate dalle 105 iniziative registrate nello european rewilding network.
Quello dei cavalli, erbivori non ruminanti, è un tipo di pascolamento estensivo: si muovono molto e cambiano spesso zona perché tendono a non esaurire del tutto una risorsa, consentendo così al pascolo di rigenerarsi. Per questo motivo è fondamentale studiare l’uso del territorio non solo da un punto di vista delle risorse ma anche da un punto di vista geografico, cercando di capire come poter gestire il fenomeno della discesa dei cavalli nei centri abitati. «Da un po’ di tempo anche sulle alture di Genova i cavalli si spingono fino al centro città. È una situazione complicata e da valutare bene perché non si può pensare che ogni piccolo gruppo di cavalli abbandonati possa diventare inselvatichito. Da questo punto di vista la giurisprudenza dovrebbe farsene carico perché va trovato un inquadramento giuridico specifico, non solo per una questione di tutela ma anche per una questione di identità giuridica che questi cavalli non hanno».
IN OMBRA
Metà selvaggi. Metà domestici. Né l’uno né l’altro in realtà, ma allo stesso tempo entrambe le cose. In Italia non esiste una chiara definizione giuridica del cavallo inselvatichito, che finisce così per trovarsi in una sorta di buco normativo.
I cavalli, infatti, possono essere da reddito o, in parte, assimilati agli animali d’affezione. Essendo, quelli inselvatichiti, classificati giuridicamente come animali “filo-domestici” (ex domestici abbandonati) e non come fauna selvatica, questa zona grigia crea incertezza sulla gestione e sulla sicurezza pubblica, poiché non rientrano nelle leggi sulla caccia o sulle aree protette, complicando le procedure di censimento, controllo e gestione. Per questo motivo risulta difficile intervenire correttamente e le autorità locali si trovano spesso in un limbo di competenze. Se da un lato, infatti, per i Carabinieri forestali non si tratta di fauna selvatica, dall’altro, per le ASL, non rientrano né tra gli animali da reddito né tra quelli da compagnia.
Così, di fatto, nessuno interviene.
In questa zona grigia si generano così due rischi opposti: da un lato, la possibilità che i cavalli si avvicinino ai centri abitati o alle strade, con conseguente pericolo di incidenti. Dall’altro, la minaccia rappresentata da commercianti che approfittano della mancanza di controlli per rifornirsi di animali da avviare al macello, con pratiche illegali. Sonny Richichi, fondatore e presidente dell’Italian Horse Protection (IHP), l’associazione indipendente per la tutela dei cavalli e degli altri equidi, segue questa situazione da anni: «Nell’ultima riunione col ministero della Salute abbiamo sottoposto un altro problema: quello dei cavalli vaganti. Oltre a quelli dei privati, a quelli semi selvatici degli allevatori che sono tenuti appunto in uno stato semibrado, e a quelli inselvatichiti, ci sono infatti anche quelli vaganti che, a differenza dei cavalli dell’Aveto e della Calvana, non sono monitorati in alcun modo. E il rischio abbattimento che comporta questo vuoto normativo riguarda più i cavalli vaganti che quelli inselvatichiti».
Non solo. I cavalli sono spesso vittime di episodi di bracconaggio. Secondo il responsabile della tutela giuridica della natura WWF Italia, Domenico Aiello, è opportuno distinguerne due tipologie: «C’è quello diretto, specificatamente legato agli equini, che viene alimentato dal mercato illecito della carne. E poi c’è quello fatto con i lacci, diffuso in tutta Italia. Come tutte le trappole, questi lacci vengono sparsi nelle aree naturali e catturano qualsiasi animale passi di lì: cinghiali, cervi, caprioli, tassi, istrici e anche cavalli. Inoltre, c’è un altro tipo di bracconaggio che non ha a che fare con l’alimentazione ma con la giustizia fai da te. Alcuni pensano, al di là di ogni fondamento scientifico, che determinati animali possano essere nocivi, o comunque pericolosi, e che debbano quindi essere contenuti in questo modo».
In qualunque caso, si tratta di un fenomeno che vive di un paradosso. Pur essendo infatti molto radicato e diffuso è ancora troppo sottovalutato dall’opinione pubblica e dalla legislatura. Un problema di cui non possiamo conoscere la reale entità, considerando che la maggior parte di questi atti illegali rimane spesso nell’ombra per carenze di controlli. Inoltre, la caccia e il bracconaggio sono considerate due attività distinte. Eppure, come riferisce Aiello, non è un caso se all’apertura dell’attività venatoria, da settembre a gennaio, corrisponde un aumento esponenziale di episodi di bracconaggio. «A un sistema sempre più inadeguato – prosegue – si aggiunge il coinvolgimento delle organizzazioni criminali che hanno capito che investire in questo settore vuol dire ottenere profitti ingenti a fronte di rischi minimi sia per sanzioni inadeguate, sia per l’assenza di controlli in merito».
C’È CHI DICE NO
Qualcuno si sveglia col suono degli uccellini.
Qualcun altro, invece, si sveglia così.
Provare a colmare questo profondo vuoto normativo non è un qualcosa che interessa le sole associazioni come Rewild Liguria ma anche gli abitanti del posto, preoccupati e stanchi di fronte a quello che, per la maggior parte di loro, è più un problema che una risorsa. Fare un censimento, sterilizzare tutti i maschi, mettere dei microchip a quelli che scendono lungo le strade, provare a chiuderli in un grande recinto: queste sono le proposte che riecheggiano nel fondovalle. La popolazione chiede delle norme per la salvaguardia della sicurezza pubblica, con la necessità soprattutto di definire chi sia responsabile della gestione di questi animali. Lo scetticismo sulla loro valenza naturalistica e scientifica, inoltre, è così radicato tanto che alcuni pensano si tratti solo di un business. Le lamentele riguardano la loro discesa in strada, spesso con conseguenti danni alle macchine da pagare di tasca propria. Ma c’è anche chi se li ritrova davanti casa, a pascolare nei giardini o a devastare i loro orti.
Contributi foto e video di abitanti della zona
SOTTO OSSERVAZIONE
Semplici bardigiani, quasi tutti uguali. La maggior parte è senza nome, alcuni hanno dei segni distintivi così particolari che diventano il loro nome. Si riconoscono dal muso, dai calzini o dalle corone vicino agli zoccoli, o dalla presenza della riga mulina. Silver, Orione, Zeus, Pegaso e, ovviamente, Spirit, sono solo alcuni dei cavalli dell’Aveto che Sara Carmeli, studentessa di Scienze Naturali, ha monitorato e censito nella sua tesi di laurea.
Per inquadrare meglio lo studio bisogna tornare all’antenato dei cavalli domestici, l’Equus ferus ferus, considerato l’ultimo autentico cavallo selvatico geneticamente isolato. Dopo la sua scomparsa, sulla scena sono rimasti solo cavalli domestici. Anche il cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii) è stato a lungo considerato selvatico, ma le più recenti ricerche genetiche hanno rivelato che è in realtà anche lui è il frutto di un processo di re-inselvatichimento.
Con il suo lavoro, che rappresenta il primo esame completo della dinamica di popolazione di questi equini nell’arco di un decennio, è riuscita a dimostrare che questi animali non sono solo una risorsa naturalistica e turistica ma anche scientifica perché rappresentano un importante campione di studio.
Popolazione 2014
Popolazione 2024
Bande
Bande di scapoli
Tramite la sua ricerca, Sara Carmeli ha individuato un aumento della popolazione di oltre il 200% dal 2014 a oggi. Il fattore principale di questo aumento demografico riguarda la riproduzione. L’introduzione di individui esterni, pur essendo infatti presente, non sembra aver influito molto sulla crescita della popolazione. Piuttosto è un elemento che incide nell’ambito delle dinamiche interne delle singole bande. Se sono esemplari femminili vengono integrate in maniera semplice all’interno del branco, rispetto agli individui maschili.
Oltre a evidenziare l’evoluzione demografica, Carmeli ha illustrato le diverse dinamiche sociali e le sfide di conservazione tipiche di questa popolazione. «Le dieci bande osservate presentano una composizione tipica: uno stallone riproduttivo, una femmina guida, giumente giovani e adulte, maschi giovani e puledri dell’anno», spiega Sara Carmeli. «Il dato più interessante che ho riportato – prosegue – riguarda proprio la gerarchia matriarcale delle bande e la presenza fissa di una femmina guida. Oltre al maschio riproduttore di qualsiasi età, c’è sempre una femmina “anziana”. Anziana vuol dire che è più esperta in determinate competenze, come indirizzare la banda nei luoghi in cui c’è maggiore possibilità di trovare una risorsa, o decidere quando far spostare il branco in caso di pericolo. È un po’ come una mamma che dirige il suo gruppo. Quella che sono riuscita a osservare di più durante i miei monitoraggi è Silver, una femmina guida con i crini grigi, molto rari nella popolazione dei cavalli. Appena lei si spostava, tutti gli altri la seguivano».
Gli stessi momenti di marcatura, che sembrano banali, in realtà sono fondamentali. Quando i cavalli fanno i propri bisogni, non stanno semplicemente marcando il territorio, stanno avvisando i futuri animali, o altri cavalli, che passeranno di lì. Insieme a Evelina Isola, Carmeli ha scoperto “il passaggio della paura”, un fattore etologico molto importante: i cavalli, tramite determinati segnali e odori, sono capaci di avvisarsi tra loro laddove sia successo un qualcosa di negativo, come una predazione. «A seguito dei bracconaggi del 2022, è stato poi interessante osservare come i cavalli possano perdere quelle competenze che li rendono inselvatichiti. È il caso di un cavallino sauro, marroncino chiaro, che ora si trova nella strada statale più vicina a Temossi. Se prima del 2022 era sempre stato avvistato in altura, a seguito di quelle catture si è trasferito definitivamente su strada. Si è portato dietro le sue femmine e ha costituito la sua banda che abbiamo soprannominato “la banda di Caleb”».
Questo ha fatto sì che da un lato perdesse delle competenze e dall’altro ne ha acquisisse delle altre. Fra le nuove c’è stata quella di cercare l’uomo per ottenere da mangiare. Non significa che non sia più inselvatichito e che sia diventato un cavallo domestico. Vuol dire che ha scambiato un pericolo con una risorsa. Una perdita questa, grave e negativa, di cui i volontari si stanno occupando, cercando di riportare questi cavalli alle loro competenze base e sperando di contenere questo fenomeno nell’ottica di una convivenza possibile tra uomo e cavallo.
Vi ricordate il sole, il cielo e il vento, al tempo in cui i cavalli selvaggi correvano liberi? Forse adesso sì. Perché non è più un qualcosa che abbiamo visto solo nei film. Né di troppo lontano. E Spirit, Silver, Orione, Pegaso, Zeus non sono personaggi di fantasia. Sono i cavalli inselvatichiti dell’Aveto. Cavalli che si comportano da cavalli.

