di Fabrizio Arena e Nicolò Piemontesi

Stupire prima di tutto e poi impressionare. Il tuning è la religione degli appassionati di auto. I parcheggi e i rettilinei la loro chiesa. Tradotto per noi comuni mortali significa accudire il proprio mezzo come un figlio e ammirarlo come un’opera d’arte, risparmiando spicciolo dopo spicciolo per ogni nuova modifica.

C’è chi spende tutto per l’estetica e chi invece le modifiche le nasconde sotto il cofano. In entrambi i casi sulle macchine non possono mancare led luminosi, alettoni, minigonne e prese d’aria. Per gli amanti della velocità sull’asfalto viene aggiunto un turbo compressore o, per i più audaci, il NOS.

Il tuning è una passione che con il tempo è andata perdendosi, con nuove regole e complicazioni burocratiche, ma c’è ancora qualche romantico che porta avanti questa tradizione.
È grazie al film Fast and Furious se il termine è entrato nella cultura di massa, ma il punto di riferimento è il Giappone. Lì si dice Chuningu ed è ancora dall’isola nipponica che si importano le migliori auto: più modificabili e con una forte valenza storica.

McImport è una realtà che si occupa di importare e rivendere nel mercato italiano le auto sportive prodotte solo su suolo giapponese. La storia dell’azienda inizia con un viaggio in Inghilterra, un po’ per passione un po’ per amore. Matteo Monteleone, il fondatore di quest’azienda, conosce circa dieci anni fa la sua attuale compagna. Insieme decidono di fare una follia: prendono un aereo e volano nel Regno Unito. Ad attenderli c’è il proprietario, mai visto prima, di una Nissan Skyline R33 GTS: un vero simbolo del mondo delle auto sportive giapponesi. Acquistano la macchina e la usano subito driftando la sera per le vie inglesi. Il giorno dopo inizia il viaggio di ritorno verso casa. Passando per la Francia, a Calais, si imbattono in una forte nevicata che li costringe per ore a fermarsi e a dormire nell’auto. Un sacrificio che viene ricompensato: i Monteleone rivenderanno quella Nissan al doppio e inizieranno così la loro avventura da importatori di auto giapponesi.

«Abbiamo capito fin da subito che era la nostra strada», racconta il fondatore di McImport. «A scuola non ero molto bravo, mi distraevo facilmente. Per quello passavo le ore sui siti di annunci di auto».

Come spiega Monteleone, i giapponesi sono molto chiusi e non amano farsi vedere al pubblico. Così è anche per il mercato delle loro auto. «Se vuoi una vera Jdm, ovvero una macchina prodotta solo per il mercato interno giapponese, l’unico modo per ottenerla è importarla. Che sia dal Giappone o da qualche altra parte del mondo in cui è finita». È proprio questa la specialità di McImport, capace di scovare le auto più nascoste. «Il posto più estremo da cui abbiamo importato un’auto è la Siberia. L’aveva trovata uno youtuber inglese appassionato di tuning e mi ha chiesto di trovare un modo per fargliela arrivare. A quel punto ho organizzato il trasferimento tramite un intermediario sul posto che si è messo in contatto con il proprietario. La cosa che ha reso difficile il tutto è stata che il mio mediatore si trovava a 7mila chilometri dall’auto e che il giorno del ritiro c’erano -42°. Nonostante le varie complicazioni sono comunque riuscito a farla arrivare prima a Mosca e da lì fino all’Inghilterra».

Il pubblico di McImport è molto vario. «Il 60 per cento dei clienti ha tra i 25 e i 30 anni. Sono i ragazzi appassionati che decidono di mettere da parte tutti i loro risparmi per potersi togliere la soddisfazione». Oltre a loro ci sono anche persone tra i 40 e i 45 anni che possono permettersi auto più costose. «Abbiamo però anche clienti Vip: l’ultima macchina l’abbiamo importata per il campione del mondo di MotoGP Pecco Bagnaia».

Tra i mezzi più venduti c’è sempre la Toyota Supra. «È tra le più famose grazie al successo di Fast and Furious perché è la macchina che guidava Paul Walker nel film. Per questo motivo è un’auto che si può vendere anche a 70mila euro. L’anno scorso ne ho piazzate quattro». Quando Monteleone ha iniziato, i prezzi erano molto più bassi. La Supra, dieci anni fa l’aveva pagata 35mila euro, oggi invece per poterla importare ne servono almeno 50mila. «Quando avevo 18 anni, guardando tra gli annunci, trovavo e compravo modelli giapponesi famosi anche con solo 13mila euro. Le usavo per driftare e le “distruggevo”. Poi toglievo motore e cambio e li rimontavo su un’altra carrozzeria. Così facendo la perdita di soldi era minima. Oggi invece con i prezzi così alti ho paura anche solo a rigarle in officina».

 

Matteo Monteleone mentre drifta con la sua auto

Tuning e Giappone vanno di pari passo. L’arte della modifica delle auto si lega a doppio filo alla storia delle utilitarie prodotte nel Sol Levante negli anni ’70. In quegli anni i giapponesi ricercavano modelli pratici ed economici, comodi per la vita di tutti i giorni ma divertenti anche da guidare. Nasceva così il mondo Jdm (Japenese domestic market) con auto come Honda N 360, Mazda 1500 e 1600, Subaru e Toyota Corolla e Corona. Sono le stesse che fecero breccia in Italia alla fine degli anni ’60 quando venne rimosso il divieto di importare auto nipponiche nella Penisola. Con questi mezzi arrivò anche il tuning.

I tassi di esportazione del Made in Italy crollarono e non si ripresero mai più. Negli anni ’80 l’Italia diventò una grande importatrice di auto giapponesi, nonostante la presenza di una radicata industria nazionale guidata dalla Fiat. Le vendite di auto Made in Japan invece si iniziarono a contare in migliaia di unità all’anno. La consacrazione definitiva avvenne nel 1998 quando dal Giappone non arrivarono più solo auto economiche per tutti ma anche marchi di lusso: Lexus e Nissan su tutti.

Ma non fu solo una questione italiana. Tutta l’Europa venne invasa dalle auto nipponiche in parallelo alla crisi dell’industria automobilistica del Vecchio continente. La saturazione del mercato interno fece crollare la domanda di automobili: da una richiesta media annua del +6 per cento negli anni ’60 calò al +0,5 per cento dei primi anni ’80. Tra crisi petrolifera e aumento dei costi della materia prima, a guadagnarci fu proprio il Giappone. Quei modelli efficienti ed economici tanto amati dai giapponesi si adattarono perfettamente alle nuove esigenze degli europei.

Bilancia commerciale delle auto in migliaia (dati Harvard Business School)

Le aziende in Europa impiegavano il doppio del tempo per assemblare una macchina rispetto ai colleghi nipponici. Una rapidità che influenzò le case automobilistiche occidentali, anche se non allo stesso modo in tutti i Paesi. La Germania ad esempio, all’epoca Repubblica federale tedesca, negli anni ’80 era ancora la più grande esportatrice di automobili. L’industria francese invece fu duramente colpita con perdite significative, nonostante gli interventi statali. La Gran Bretagna triplicò in trent’anni le sue importazioni dal Giappone mentre anche negli Stati Uniti iniziarono ad arrivare auto nipponiche. I guadagni del Giappone furono enormi: il paese asiatico aumentò la sua bilancia commerciale nel settore automobilistico di un incredibile 6000 per cento.

1969

Finisce il divieto in Italia di importare auto giapponesi.

1970

Arrivano in Italia circa 1000 auto giapponesi.

Prime presenze: Honda N360, Mazda 1500-1600, Subaru, Toyota Corolla e Corona.

Anni '70

Le crisi petrolifere favoriscono le auto giapponesi piccole ed efficienti.

I costruttori giapponesi iniziano ad espandersi in Europa.

Fine '70 – primi '80

La crescita del mercato globale rallenta:

6% annuo negli anni '60 / 0,5% nei primi anni '80.

1985

Il surplus commerciale giapponese nel settore auto cresce di circa 6000%.

Il Regno Unito triplica le importazioni di auto giapponesi.

1998

Arriva ufficialmente in Italia il marchio premium Lexus.

Segna la maturazione del mercato giapponese in Europa.

Kazuhiko “Smokey” Nagata

È un leggendario preparatore automobilistico giapponese, fondatore della famosa officina “Top Secret”. Icona della cultura Jdm (Japanese domestic market), è noto per aver costruito auto da oltre 1000 cavalli e per il suo stile di guida estremo, inclusi i celebri burnout (bloccare con il freno le ruote e far slittare i pneumatici creando una nuvola di fumo bianco), che gli hanno valso il soprannome “Smokey”.

La leggenda del Top Secret: Nagata ha fondato Top Secret Co., Ltd., azienda specializzata in tuning estremo, componenti aftermarket, elaborazione di motori e kit carrozzeria

La Supra V12 da 400 km/h: È famoso per aver costruito una Toyota Supra con motore V12 di derivazione Century, modificata per raggiungere velocità estreme (sfiorando i 400 km/h).

L’incidente nel Regno Unito: Nel 1998, ha raggiunto le 197 mph (circa 317 km/h) con una Supra oro su un’autostrada pubblica nel Regno Unito, venendo arrestato e ottenendo un divieto di guida di 10 anni nel Paese, oltre a una multa.

MIDNIGHT CLUB

Fine anni ’60, sulle autostrade di Tokyo nasce un nuovo fenomeno di massa: il tuning e le corse clandestine. Di lì a poco la passione per le gare automobilistiche e per la modifica delle macchine si diffonderà in tutto il Giappone. In questo contesto Nissan e Toyota si prendono la scena e, da semplici utilitarie, cominciano a sfornare macchine più eleganti e sportive. Auto non più solo per la vita quotidiana ma belle da vedere e divertenti da guidare.
È in quel momento che nascono modelli che resteranno impressi nella storia come la Nissan Skyline GTR o la Toyota Supra (le due protagoniste dei film di Fast and Furious). Per la prima volta i giapponesi e gli appassionati di auto potevano mettere le mani su qualcosa che fosse più della semplice macchina per andare al lavoro, un oggetto che permettesse loro di divertirsi alla guida. Con l’avvento degli anni ’80 e ’90 questa passione si riversa sulle strade e nei raduni. Nasce così la mania del tuning.
Anche l’economia del Giappone ne trae beneficio. Nel 1980 la produzione di auto nipponiche supera per la prima volta quella degli Stati Uniti con 11,5 milioni di veicoli. Nel 1985 il dato cresce ancora e raggiunge i 12,3 milioni di auto realizzate, un numero che porta nelle casse dello Stato 31,5 trilioni di yen (circa 172 miliardi di euro). Ai tempi era pari al 12 per cento dell’industria manifatturiera nazionale. Nel 1990 si stabilisce il record storico di 13,5 milioni di vetture prodotte su suolo giapponese. Tra gli anni ’80 e ’90 la crescita totale è del 22 per cento.

L’industria delle auto in Giappone del 1985

N° auto prodotte

Guadagno totale

%

Sul fatturato totale dell'industria manifatturiera

 

 

 

 

L’autostrada di Tokyo diventa il posto ideale per mettere alla prova le proprie auto e le competenze al volante di questi piloti improvvisati. Tra le 2 e le 3 di notte il traffico scompare del tutto e la viabilità diventa perfetta per organizzare gare clandestine. La forma circolare, l’assenza di segnaletica e di semafori la rendono un vero e proprio circuito su cui sfidarsi. In questo contesto le auto raggiungono velocità inimmaginabili, tra queste ce ne sono alcune che sfiorano anche i 300km/h: sono quelle del gruppo di Street Racers del Midnight Club.

 

 

 

 

Agenti immobiliari, medici, ingegneri: all’interno del gruppo di corridori clandestini si poteva trovare di tutto. Entrare non era così semplice, non bastava avere una macchina potente, i piloti dovevano dimostrare di non essere un pericolo per sé stessi o per gli altri. Prima di essere accettati ufficialmente erano obbligati a sottostare a un periodo di prova di un anno, durante questo tempo erano costretti a presentarsi a tutti gli incontri. Il gruppo si radunava sempre di notte e, dato l’alto tasso di illegalità delle loro azioni, gli appuntamenti erano segreti. Per capire come o dove trovarsi era necessario consultare assiduamente la sezione degli annunci sul giornale locale di Tokyo. Tra quelli, ben nascoste, c’erano le coordinate per capire dove e a che ora trovarsi. Una volta dentro si era autorizzati ad applicare sulle proprie macchine gli adesivi ufficiali del club, un motivo di grande orgoglio per ogni appassionato. La scelta delle auto era personale, era necessario che raggiungessero una velocità minima di 250km/h. Ecco perché a differenza dei tuner più tradizionali, i membri del Midnight non disdegnavano auto del calibro di Ferrari o Porsche, senza però trascurare le versioni più estreme dei modelli Nissan o Mazda (come la Skyline GT-R R32 o la RX-7). Tra i membri stessi del gruppo vigeva un codice di comportamento basato sulla segretezza, era vietato rivelare il proprio cognome o il proprio lavoro (i soci non potevano chiedersi reciprocamente dove prendevano i soldi per le preparazioni o per le modifiche).

La famosa autostrada Tokyo-Yokohama usata dai membri del Midnight Club per sfidarsi (in viola la strada trasformata in tracciato)

Per quanto fosse segreto, il Midnight era conosciuto in tutto il Giappone e le forze dell’ordine sapevano benissimo cosa succedesse di notte sull’autostrada di Tokyo. Nonostante questo, i membri del club erano intoccabili per via della loro bravura alla guida che li rendeva difficili da raggiungere. A questo si aggiungevano le limitazioni sulle auto di serie: le macchine della polizia, come tutte quelle prodotte in Giappone in quegli anni, potevano raggiungere un massimo di 180km/h a causa del “Japanese Automotive Gentlemen Agreement” del 1977. Con il passare degli anni le forze dell’ordine vennero dotate di macchine più potenti, ma la situazione rimase invariata: i piloti erano imprendibili e la polizia iniziò ad ignorarli.

Anche se il Midnight non corre più sulle strade del Giappone, la questione rimane ancora attuale: «Oggi la polizia ha in dotazione delle Toyota Crown che al massimo hanno 200 cavalli: anche volendo non potrebbero inseguire auto modificate a quei livelli. Per evitare di creare ulteriori incidenti preferiscono lasciar perdere». A parlare è Dino Dalle Carbonare, giornalista e fotografo che vive e lavora in Giappone.

Trasferitosi a Tokyo a 16 anni, Dalle Carbonare si è appassionato grazie al padre al mondo delle quattroruote. Dopo essere stato introdotto nei raduni di auto tuning del parcheggio di Daikoku, ha conosciuto le sfaccettature della cultura automobilistica nipponica. Tra queste anche quella del Midnight Club, che ha seguito personalmente in qualità di giornalista e content creator: «Oggi il Midnight Club esiste ancora, ma i membri sono ovviamente più vecchi e hanno specificato più volte che non corrono più in autostrada. Se devono divertirsi vanno in pista. Ammettono nuovi membri, ma ora sono più orientati verso la legalità e anche la questione della segretezza è venuta meno».

Se però quella in autostrada era una passione per ricchi, è sulle montagne del Giappone che si sviluppa la cultura popolare delle auto: stiamo parlando del drifting. «Penso che adesso questa cultura sia più popolare di 15 anni fa. I turisti vengono da tutto il mondo solo per assistere ai raduni di macchine modificate. Anche nel tuning i tempi sono cambiati, ora si punta più sull’estetica che sulle prestazioni», racconta Dalle Carbonare. Se il mondo del tuning è in continuo cambiamento, c’è una parte che punta ancora sulla tradizione. «Succede ancora oggi, in modo molto più nascosto, solo di notte e cambiando sempre montagna per non farsi scoprire. Noi come giornalisti in Giappone abbiamo una sorta di accordo con chi corre: non andiamo a rompergli le palle, non li rendiamo pubblici con video e foto. Gli diamo rispetto perché è un una cosa che non vogliamo rovinare», conclude il giornalista.

«Penso che adesso questa cultura sia più popolare di 15 anni fa. I turisti vengono da tutto il mondo solo per assistere ai raduni di macchine modificate»

Dino Dalle Carbonare

Giornalista e fotografo

Keiichi “Drift King” Tsuchiya

Keiichi Tsuchiya, nato nel 1956, è un leggendario pilota automobilistico giapponese, noto come “Drift King” (Dorikin) per aver reso popolare il drifting, trasformando il controllo della sbandata in una disciplina sportiva. Famoso per le sue abilità nelle corse touge (passi di montagna) con la Toyota AE86, è stato stuntman e consulente per Fast & Furious: Tokyo Drift

Il Soprannome “Drift King”: Tsuchiya ha ottenuto questo titolo grazie al suo stile di guida non convenzionale, portando le tecniche di derapata dalle corse clandestine di montagna alle competizioni ufficiali.

Carriera Professionistica: Ha corso in prestigiose competizioni come la 24 Ore di Le Mans (ottenendo un secondo posto nel 1999), la NASCAR e il campionato JGTC.

Icona dell’AE86: È indissolubilmente legato alla Toyota Sprinter Trueno AE86, soprannominata “Hachi-Roku”, auto che ha guidato portandola alla fama mondiale.

TOUGE DRIFT

Punti di ritrovo segreti, curve strette nascoste dalla fitta vegetazione, macchine che sembrano scivolare sull’asfalto, poco pubblico e nessun giudice, una gara contro se stessi e contro il tempo: questo è il touge. La parola si ottiene unendo i due kanji (i caratteri giapponesi), quello di “montagna” e quello di “su e giù”. Già da questo si può capire cosa comporti questo particolare tipo di corsa clandestina. Nel giapponese di uso comune, infatti, touge indica il passo di montagna e le strade che permettono alla gente di arrivare alla cima. Nella sottocultura del mondo automobilistico fa riferimento a gare clandestine notturne in cui due macchine si sfidano a scendere o salire dalle montagne. Sorpassare è impossibile, ecco perché non conta chi arriva primo ma quanti secondi di distanza ci sono tra auto davanti e auto dietro. L’obbiettivo non è essere in testa, ma restare attaccati all’auto che precede, o nel caso opposto distanziare chi insegue.

In un contesto simile lo stile di guida ha dovuto adattarsi alla morfologia delle strade di montagne e il drift (mettere la macchina di traverso sovrasterzando in una sbandata controllata) ha sostituito lo stile tradizionale di affrontare le curve. Questo fenomeno ha cominciato a diffondersi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, trovando subito riscontro tra i ragazzi più giovani. Affascinati dalle imprese del Midnight Club, volevano anche loro poter entrare nel mondo del tuning e delle gare clandestine. Senza soldi, ma con tanta passione, per driftare sulle montagne non era necessario avere macchine costosissime: anche le più normali utilitarie, con le giuste modifiche, potevano essere in grado di correre. Ecco perché in parallelo a questo mondo si è diffusa l’arte delle elaborazioni fai da te nei garage privati.

Il touge è diventata così una sorta di religione con i suoi riti, ci si trova nel cortile di qualcuno, si sistema la macchina e poi si sale sulle montagne. A differenza del Midnight questa cultura è ancora presente, ed è molto attiva in Giappone. Vige però massima segretezza, non si può salire se non si conosce qualcuno nel giro ed è altamente vietato fare foto e video. Il touge drifting non è solo una ricerca spasmodica di adrenalina e pericolo, ma una comunità vera di appassionati di macchine che vogliono mettersi alla prova, a volte rischiando anche la vita. «Io sono riuscito a salire in macchina con loro: sono dei pazzi. Quando li vedi scivolare su queste curve, guidando così veloce nel buio della notte, capisci che serve un pizzico di follia. Onestamente mi fa piacere che siano ritornati alle radici. Non mi dispiace vedere ragazzi giovani che stanno iniziando con il drifting riportando in auge questa meravigliosa arte, anche se è considerata illegale», racconta Dalle Carbonare.

 

 

Che influenza ha avuto Fast and Furious sulla cultura di massa?

«Fast and Furious si inserisce in un periodo in cui la personalizzazione della macchina andava di moda. In quegli anni su MTV va in onda Pimp My Ride, le modifiche estetiche e strutturali sono più economiche e sempre più giovani iniziano a potersele permettere. In questo contesto Fast and Furious introduce per la prima volta un concetto diverso di auto sportiva. La macchina non è più intesa come costosa e di alto livello, ma come un mezzo per andare a lavoro, fare due modifiche la sera e poi andare, perché no, alle gare clandestine».

Che valore hanno le auto nella saga?

«Per i protagonisti le auto sono come delle maschere da supereroe. Da fuori sembrano normali, ma sotto il cofano nascondono impianti modificati e prestazioni elevate. Sono il mezzo che usano per raggiugnere la libertà. Se ci pensiamo, quasi tutti all’interno della saga di Fast and Furious fanno lavori mediocri e molto stancanti. Ma la sera, a bordo dei loro mezzi diventano i re della strada, sono rispettati e temuti. Grazie a questo elevano il loro status sociale. Anche l’utilizzo delle figure femminili nella saga è abbastanza avanguardistico per i tempi. Se è vero che, soprattutto nei primi capitoli, in alcune scene le ragazze sono di contorno e servono solo a ballare vicino alle macchine, è altrettanto vero che nella crew di Dominic Toretto, il protagonista, c’è una racer donna che è tra i vertici del gruppo. Una cosa non da poco per l’anno di pubblicazione del primo capitolo, il 2001».

In Giappone però questo non sembra essere cambiato, come mai?

«Non a caso Fast and Furious: Tokyo Drift è uno dei capitoli più amati della saga. Il Giappone è la patria delle subculture, un mondo che vive di rituali, e quella delle macchine è una di queste. I rituali sono fissi, poi diventano tradizione e tutti sappiamo il Giappone con la tradizione che tipo di legame abbia. Sono valvole di sfogo anche di una civiltà che è molto performante, molto più della nostra, molto più stressante e rigida. I giapponesi hanno trovato la loro isola di libertà nelle macchine: noi proviamo a imitarli».

Giulio Zoppello è giornalista e critico cinematografico. Nato a Padova nel 1985 è da sempre appassionato di sport e cinema. Nella sua carriera ha seguito i Festival più famosi del grande schermo tra cui Venezia e Roma.

«Abbiamo iniziato due anni fa. Da allora il mondo del tuning è cresciuto sempre di più e inizia a coinvolgere persone di tutte le età»

Fabio Minicoli

Presidente Most Wanted Club

«Da quattro o cinque appassionati a un raduno di oltre 600 macchine: questo è quanto riesce a fare questa nostra passione»

Michelangelo Ferrario

S.M.M. Most Wanted Club

«Alcune macchine costano più di un appartamento sia che tu spenda 200 euro sia che tu ne spenda 10mila rimani sempre un tuner»

Giovanni Gallo

Organizzatore di raduni

«Il bello dei raduni è la passione che ci accomuna. La stessa che ho trasmesso anche a mio figlio: ho in progetto di modificare insieme a lui un motore»

Stefano Montaglio

Tuner

ZIO GIO

«Faccio questi eventi dal 1993». A parlare è Giovanni Gallo, ma nell’ambiente è conosciuto come Zio Gio. Non è solo un tuner, è un organizzatore di eventi per appassionati come lui: è uno dei leader dei raduni tuning car. «La prima volta che ho organizzato un raduno è stato circa 30 anni fa, a Gattico, in provincia di Novara. Lo abbiamo rinviato almeno cinque volte per la pioggia», dice Gallo sorridendo. «Anche alla sesta ha piovuto ma ci siamo riusciti lo stesso. È stato un parto ma ero felicissimo». Zio Gio è entrato in questo mondo per passione. Prima con gli amici, poi in un club e alla fine ha iniziato la sua “carriera” da organizzatore. «La macchina più bella mai vista in un raduno è stata una Renault 5 GT Turbo: mi è rimasta nel cuore fin da subito».

«L’evento più grande che ho mai organizzato è stato a Borgomanero nel 2011. C’erano 400 macchine e 70 moto: ci aspettavamo la metà delle persone. Un caos unico ma dovevate vedere che roba: tutte le macchine erano stupende». È insito nell’arte dei tuner comprare un’auto originale e trasformarla in una vera supercar: «La mia macchina costa 800 euro comprata usata. Ho speso molto di più in modifiche. Con un mio amico ci siamo messi a migliorarla insieme: solo l’impianto audio lo abbiamo pagato 13mila euro». I costi sono alti ma, come spiega Zio Gio, ci sono modi per rientrare in parte della cifra spesa: «Un modo per farlo è con le sponsorizzazioni. Nel mio caso un’autofficina mi ha offerto 10mila euro per brandizzare la verniciatura con il loro logo».

Ma come funzionano i raduni?

«Serve innanzitutto qualcuno che ci metta a disposizione uno spazio. Spesso ci ritroviamo nei parcheggi dei centri commerciali». È lì che tra gli appassionati di macchine va in scena una vera e propria gara. Non conta la velocità sull’asfalto ma la capacità di stupire, meravigliare e far apprezzare la propria autovettura da chi è un habitué o è solo di passaggio. «Si tratta di macchine esteticamente elaborate con accessori fantastici, vetture che possono costare anche più di un appartamento. La maggior parte delle persone spende dai 10 ai 50mila euro». Si tratta di una passione ma al cuore di tutto c’è il desiderio di far divertire la gente: «C’è molta amicizia, molto trasporto. È una frenesia che secondo me non morirà mai». Se è vero però che questo mondo sopravvive, siamo lontani dai tempi d’oro del tuning. «Fino ai primi anni del 2000 modificare le macchine era davvero fare tuning. Oggi la qualità delle macchine è un po’ calata, o meglio, si sono evolute così tanto che c’è fin troppa elettronica e costano troppo». Ai giorni nostri la spesa è il limite più grande ma anche fare una piccola modifica, dice Zio Gio, è importante per tutto il movimento: «Nei nostri eventi per questo facciamo premi anche per le categorie più basse, per dare merito a tutti. Siamo stati tutti ragazzi. Che tu spenda 200 euro o 3mila rimani sempre un tuner».