Un giorno questo armadio sarà tuo
Seconda mano, noleggio e abiti a peso:
nei nostri guardaroba ci saranno sempre meno abiti,
ma tutti di qualità
Le fiere del vintage
Mercatini, fiere, negozi. Il vintage ha ricominciato a crescere. «Io faccio questo mestiere da una decina d’anni e devo dire che mi sento di essere al momento giusto per farlo», dice Concetto Serranò, mentre serve i clienti al suo banco di pellicce usate. «L’idea del riciclo e del riuso è un’idea meravigliosa, se sono i giovani a sostenerla è anche più futuribile». Espone all’East Market, mercato nella Milano est che una volta al mese accoglie i suoi visitatori con un’enorme scritta: «Everything old is new again». Secondo il report di Thred Up – sito americano di rivendita dell’usato – sul Resale 2019, il giro d’affari di seconda mano raddoppierà il suo valore nel corso dei prossimi cinque anni: 51 miliardi nel 2023. L’unicità del vintage è sempre stata di moda e oggi, con l’effetto Greta Thunberg, lo è ancora di più. I numeri italiani sono piccoli, ma raccontano la stessa tendenza: nel 2018 il 60% delle persone nel Paese ha venduto o comprato usato. C’è chi va alla ricerca del libro introvabile, chi ha indossato l’abito comprato online sui siti di vintage, chi ha girato i mercatini delle pulci per oggetti d’arredamento d’altri tempi. In 5 anni l’usato è cresciuto del 28% con la Lombardia sul podio del mercato italiano di seconda mano insieme a Toscana e Campania. A Milano quasi 650 persone lavorano nel settore.
È qui che VinoKilo ha organizzato il primo evento in Italia a ottobre 2019: vendita di abiti usati a chilo. In via Tortona, cuore della moda milanese, sono arrivate oltre 4 tonnellate di abbigliamento: capi vintage di grandi marche, stock di aziende da tutto il mondo, pezzi di seconda mano. «La bilancia democratizza tutto: conta solo il peso», spiega Matteo Merletti, a capo della gestione eventi, «un chilo di abiti corrisponde a 15 chili di anidride carbonica emessi nell’ambiente». Seguendo i cartelli sugli stand di abiti chi arriva per comprare legge che un chilo di vintage equivale a un risparmio di circa 23 giri di lavatrice e 20mila litri d’acqua. Scegliendo e pesando abiti per qualche ora, ci si inizia a rendere conto che una felpa, una borsa di pelle e una giacca a vento costano 40 euro (prezzo fisso per un chilo di abiti), ma all’ambiente molto di più: produrne di nuovi inquinerebbe quanto un viaggio in auto di 204 chilometri. Il giro tra gli stand ti insegna che “Niente fa male come il vintage che non hai comprato”. L’idea arriva dalla Germania ma sembra funzionare anche in Italia dove, ci spiega Merletti, «c’è stato un boom di presenze, anche rispetto all’estero. La vendita al chilo incuriosisce, soprattutto i ragazzi tra i 18 e i 23 anni che sono i nostri clienti principali».
I negozi dell’usato tra boutique e vintage popolare
Se negli Usa l’idea di vintage è nata “popolare”, nella capitale della moda italiana l’usato arriva con sfarzo. Anni Settanta, boom economico, aprono negozi dove comprare vintage di lusso.Via Giangiacomo Mora, in zona Colonne a Milano, diventa la strada delle boutique di pezzi unici. Qui c’è la storia dell’abbigliamento.
Si entra nel mondo di Luis Vitton, Gucci, Yves Saint Laurent. Le grandi marche che hanno creato le tendenze in fatto di look continuano a raccontare la loro storia a chi viene entra nelle boutique, rapito dalle vetrine di Cavalli e Nastri e Il Bivio.
Borse di pitone, tailler Chanel e camicette anni Ottanta dalla fantasia inconfondibilmente Pucci: accessori e abiti ricercati, che vengono trattati e apprezzati come pezzi unici d’antiquariato.
«Quando i miei genitori hanno aperto, in Italia c’era una concezione del vintage più elitaria: le persone andavano a cercare quel jeans particolare e lo pagavano di più proprio perché aveva un dettaglio rovinato». Enrico sta al bancone mentre racconta la storia del negozio della sua famiglia. Surplus apre nel 1979 e porta alla città una diversa idea di usato, più vicina a quella estera. «In America si comprava di seconda mano già per motivi economici ed ecologici». Oggi anche in Italia i clienti si preoccupano dell’ambiente quando si tratta di comprare un jeans. Produrre e smaltire un cinque tasche ha un costo altissimo in termini di impatto ambientale. Gli hippie del ’68 non lo sapevano e da quegli anni l’industria del denim non ha mai smesso di crescere consumando, per ogni pantalone, una quantità di energia pari a quella utilizzata contemporaneamente in 6 appartamenti. Forse però nel futuro sarà il vintage a continuare a vestirci di blue jeans generazione dopo generazione.
Il guardaroba in affitto
Per una festa elegante o un colloquio di lavoro potremo noleggiare un abito e restituirlo senza il coprifuoco da Cenerentola. All’idea del vestito in affitto, tutti pensiamo ai film americani dove il quindicenne che di solito gira in felpa e scarpe da tennis deve trovare uno smoking per il ballo di fine anno del liceo. E infatti arriva proprio, e ancora una volta, dagli Usa questa nuova tendenza, che lì si è affermata già da una decina d’anni con Rent the Runway. La moda dell’affitto è un mercato che sta crescendo a livello mondiale di dieci punti percentuali ogni anno e che nel 2028 potrebbe arrivare a toccare i 6 miliardi di dollari di valore solo in America (dati Globaldata). «Ora il noleggio degli abiti sta iniziando a prendere piede anche qui». A dirlo è Caterina Maestro, che nel 2015 aveva deciso di provare a replicare il fenomeno a Milano con Dress you Can. «Era troppo presto, in Italia l’idea dello sharing ancora non aveva preso il via. I clienti si sono abituati all’idea di condividere e noleggiare auto, appartamenti, spazi di lavoro e oggi sono più pronti anche a un armadio sharing». Secondo Pwc Italia, tre giovani su dieci sarebbero disposti a noleggiare persino le scarpe.
L’armadio online
Clic. «La prima foto deve farti pensare che senza questa cintura non potresti vivere». Clic. Seconda foto, un dettaglio. «Ne metto almeno quattro, è importante che le mie clienti sappiano cosa stanno comprando». Caricamento in corso. Il post di Virginia Becket è online su Depop. Probabilmente lo venderà entro poche ore. Il web è come sempre la frontiera del futuro, anche per acquistare usato. Ma la nuova terra del vintage è un social network specifico dove vendere capi vintage e “ispirazione”. Depop, che oggi ha sede a Londra, è nato nel 2011 a Milano. Virginia ha aperto il suo profilo circa nove anni fa e oggi ha 350mila follower. Persone che la seguono da tutto il mondo per un’idea di stile, di moda e per comprare quello che solo lei sa trovare. Conosce a memoria tutti i suoi abiti, come fossero titoli di una biblioteca antica. È affezionata alle loro storie: alcune sconosciute anche a lei, altre che potrebbe quasi raccontare ai futuri proprietari perché gli abiti le hanno vissute proprio sulla sua pelle. Virginia vende abiti usati: il suo guardaroba è insieme quello delle sue clienti. Cerca i capi con un occhio da stilista e una passione da collezionista. Poi li rimette a posto con l’attenzione di un antiquario. E li posta su Depop. Ha iniziato con i vestiti della mamma e ora compra vintage anche per i suoi bambini. «Continuando ad acquistare capi che buttiamo dopo due volte facciamo male all’ambiente e a noi stessi». Lavora nell’abbigliamento da più di dieci anni e guarda film di altri tempi per prendere ispirazione sui look: «La cosa bella è che nel vintage l’abbinamento non te lo impone nessun catalogo». Il sogno di Virginia è che gli abiti di altre epoche possano sempre tornare a essere indossati anche perché «è bello vedere le persone vestite bene in giro». Per questo il vintage, dice lei, dovrebbe avere un profilo più popolare: «È importante che sempre più persone si avvicinino all’idea di capo usato. È l’unico modo per continuare a far vivere questi vestiti».

