LA STREET ART È MORTA. VIVA LA STREET ART!
«L’Italia è sempre stata legata all’arte grafica di strada. Pensate alla battaglia tra San Giorgio e il Drago dipinta su Palazzo San Giorgio a Genova. Era la fine del quindicesimo secolo quando fu affrescato. Eppure è ancora lì». Per Philippe Daverio, gallerista e storico dell’arte, la passione per il dipinto parietale è insita nel dna del popolo italiano. Una storia raccontata per immagini, realizzata dove tutti possono fruirne. A ben vedere, in effetti, se negli anni sono mutate le tecniche di realizzazione delle opere, immutato è rimasto il concetto alla loro base.
Nel capoluogo lombardo, quel filone artistico nato nei primi anni 2000 di opere in strada -prevalentemente su muro- che chiamiamo, appunto, streetart, si è evoluto ed è mutato più volte. All’inizio era sempre illegale. Poi le istituzioni e le grandi aziende si sono accorte che, sì, alla gente queste forme d’arte piacciono. E hanno iniziato a collaborare coi writer. Specie per le opere partorite a scopo commerciale, nella comunità artistica, si è aperto un quesito: possiamo chiamare streetart un qualcosa di slegato dal solo intento di essere fruibile al pubblico? E anzi, così sdoganata, la streetart è ancora viva?
cerniere che uniscono Porta Garibaldi e Moscova, sono un
esempio dell’evoluzione artistica dei muri della città. Le
pareti del Corso, a lungo cieche, hanno iniziato a prendere
vita quando Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci,
si è accorto nel maggio 2017 del potenziale che questa
arteria cittadina avrebbe potuto regalare al suo brand in
termini di visibilità. Così ha affittato lo spazio di 176 metri
quadrati sul muro di Largo la Foppa 4 che, stagione dopo
stagione, ha cambiato pelle e allietato l’occhio del viandante
più o meno distratto con un’opera sempre nuova. Più
precisamente, un murale. Pubblicitario. Il primo fu
commissionato all’artista inglese Angela Hicks, l’ultimo allo
spagnolo Ignasi Monreal. Da quel momento, sulla scia di
Gucci, i muri della zona si sono colorati sempre di più.
Sono arrivati Ermenegildo Zegna e Napapijri. Alfa Romeo,
Smirnoff Vodka e Bombay Sapphire. A molti quello che è
successo in Corso Garibaldi piace. Un po’ di anima e di
colore in una Milano che nell’immaginario collettivo viene
descritta, ancora, come “grigia” non può che risultare
piacevole. C’è chi fotografa le opere e le condivide su
Instagram con l’hashtag #streetartmilano, contribuendo
così ad aumentare il numero di post con questa tag
(ad aprile 2020, poco più di 30mila). Ma anche per chi
ci guadagna: i brand e le grandi multinazionali. E gli
artisti che, dalla commissione, ottengono buoni compensi,
nell’ordine delle migliaia di euro.
Un litigio tra artisti – Zibe ha iniziato a sperimentare
con l’arte di strada durante il liceo, negli anni Novanta,
quando «il bello del creare era anche ritrovarsi negli stessi
luoghi, ascoltando musica e guardando i treni – si faceva writing
toccando i muri e misurando gli spazi». Lui che, come molti
colleghi, ha cominciato in particolare con il lettering (una
tecnica che si concentra sulla complessità delle lettere) durante
il liceo, si spinge anche più in là. Non avrebbe senso nemmeno
distinguere tra street art e writing (essenzialmente, le tag e non i
disegni murari): «Non esiste una distinzione – dice- è tutto frutto di
uno “scazzo” tra artisti». L’obiettivo è infatti sempre lo stesso:
prendere qualcosa con cui le persone non erano in contatto
e portarlo in strada in maniera spontanea, «anche violenta in un
certo senso». Non proprio il lavoro che fanno le nuove leve, dice:
«In molti non fanno lavoro di ricerca su strada. Cavalcano l’onda
ma hanno imparato dai tutorial: anche senza gavetta se conosci
la gente giusta puoi esporre in una galleria. Per me quella non è street art».

