Madri (di) Natura
Celebrare la maternità, vivere l'esperienza del parto nel modo più naturale possibile. Educare i propri figli a casa, controllare il cibo che mangiano.
In un mondo sempre più "artificiale" e frenetico, ci sono donne che scelgono di vivere la propria maternità con un ritmo diverso.
Madri (di) Natura
Marisa, una volta al mese, si riunisce con altre donne, conosciute o estranee, per parlare delle proprie paure e speranze, del presente, passato e futuro. Prima di diventare madre, ha celebrato con le donne della sua vita questo rito di passaggio.
Eleonora e Carlotta hanno scelto di vivere la gravidanza nel modo più privato, intimo e naturale possibile. Rosa ha anche scelto di dare alla luce il proprio figlio tra le mura di casa.
Alessia non vuole affidare ad altri il compito di educare i suoi bambini e ci pensa da sé, «assecondando i loro bisogni e capacità» in tutto, facendo homeschooling.
Valeria, invece, ha deciso di prendersene cura preparando loro il pranzo da portare a scuola, per essere certa della qualità del cibo che mangiano.
Essere madre, a Milano nel 2018, significa poter scegliere tra infinite possibilità e avere a disposizione un’ampia offerta di servizi, opportunità, strutture, competenze. Ma vivere a Milano, per molti, significa anche vivere in un contesto frenetico e attento per lo più al lavoro. Significa avere davvero poco tempo per rallentare, fermarsi e rientrare in contatto con se stessi o con la propria famiglia.
Per questo motivo, alcune donne, nella Milano del 2018, hanno scelto di rallentare, per ritrovare il controllo sul proprio tempo, sul proprio corpo, o sul presente dei propri figli. Sono scelte compiute da donne diverse, in ambiti diversi e con risultati diversi ma con un importante elemento in comune: il desiderio di ritornare a una dimensione più naturale nel rapporto con se stesse, durante la gravidanza e il parto, nella scelta di come crescere ed educare i propri figli, nel modo di nutrirli.
Non vale per tutte, ma spesso, chi tra queste donne sceglie di vivere un aspetto della propria maternità in modo “naturale”, ha scelto in passato, o sceglierà in futuro, anche un altro ambito nel quale portare avanti questa decisione.
Chi le guarda da fuori, a sentir loro, spesso ne giudica le scelte come “capricci” o “stranezze”. Loro, invece, difendono il proprio percorso perché sintomo di un bisogno reale e profondo di rallentare e riprendere il controllo. Un bisogno che non tutte le donne hanno o esprimono, ma che loro, con forza, rivendicano. Alcune di queste scelte appaiono inoltre controverse e rischiose. Coinvolgono la salute e la crescita dei bambini e dividono l’opinione pubblica e gli esperti. Ma oltre ai dati e ai diversi punti di vista, le storie di chi ha preso queste decisioni raccontano la “voglia di naturale” che c’è dietro.
Ha un effetto straniante camminare nel caos di Milano alle otto di sera, uscire dalla metropolitana, fermata Moscova, entrare nel silenzioso cortile interno in cui si trova lo Spazio Oasi, scendere una scala e all’improvviso ritrovarsi in un luogo silenzioso, rosso, un cerchio di cuscini e candele, in mezzo ad altre donne mai viste prima che entreranno presto in una connessione profonda.
La Tenda Rossa non è un luogo preciso, né è composta da un gruppo sempre uguale di persone. È una situazione, un’esperienza a cui può partecipare qualunque donna di qualsiasi età, anche per una sola volta, anche solo per provare a qualcosa «di diverso, di profondo, assecondare il bisogno di guardarsi dentro e ascoltare con attenzione le proprie sensazioni in un’atmosfera carica di spiritualità».
Nel corso delle due ore sotto la tenda si ha la sensazione di essere ascoltate. Le partecipanti vengono accompagnate nelle proprie riflessioni, incentivate ad ascoltare e ad ascoltarsi «senza propaganda, senza scopi terapeutici, semplicemente con la tranquillità di essere tra persone amiche, seppur in gran parte estranee, lì presenti per lo stesso, identico motivo».
Ma chi partecipa alla tenda rossa? Con che tipo di donne si entra in contatto in quest’esperienza così intima e particolare?
Sotto la tenda rossa si trovano donne di qualsiasi età, con professioni e situazioni familiari estremamente diverse, solitamente non in situazioni di emergenza familiare o bisognose di aiuto di tipo terapeutico.
Nello stesso cerchio c’è la studentessa universitaria che trova in quello spazio un luogo in cui fermarsi un paio d’ore, sedersi appoggiata al muro, parlare senza guardare il telefono, senza aspettare qualcuno, senza dover correre a un appuntamento; c’è la donna adulta che sta attraversando una fase di profondo cambiamento e approfitta della tenda rossa per intensificare le proprie riflessioni o anche solo per sgomberare la mente dai problemi quotidiani; c’è la signora che solo ultimamente ha cominciato a osservarsi da fuori, sta cominciando adesso a conoscersi e vuole condividere questo cambiamento con altre persone.
Viene spesso organizzato verso la fine della gravidanza, per dare forza alla festeggiata durante il parto, per ricordarle il fatto che non è da sola, che è dotata di grande forza, che ha il pieno controllo del proprio corpo e quindi la possibilità di portare a termine il proprio percorso.
Marisa, che di un Blessingway è stata protagonista poco prima della nascita di suo figlio, ha una risposta per tutto: «per prima cosa, si contatta la Tenda rossa delle Donne. Noi, che siamo le organizzatrici, ci occupiamo di tutto: dalla personalizzazione dell’evento, dedicato alla donna, a come è fatta e a cosa desidera, fino al “reclutamento” delle invitate; quindi componiamo un gruppo e prepariamo le donne partecipanti a organizzare la sorpresa per la festeggiata. Ovviamente pensiamo anche al catering, perché, come in una Tenda Rossa, anche il nutrimento è molto importante, ed essendo una vera e propria festa si beve e si mangia. Poi possiamo anche organizzare delle attività divertenti e coinvolgenti. Tutto è personalizzato, quindi se una donna ha a cuore un tema particolare verrà creato un Blessingway su quello che la donna desidera avere in quell’occasione speciale per lei.»
Proprio come in una tenda rossa, il Blessingway avviene in un cerchio, al cui centro si trova la festeggiata. Ciascuna partecipante le porta un dono e nel corso della festa verranno dette delle cose positive che la caratterizzano.
«È un grande regalo che una donna può fare a se stessa. Nell’occasione del parto, dopo un Blessingway tu sai che quel corpo lì è tuo e lo sai gestire bene. Puoi esprimere tutto il potere che hai nella piena consapevolezza di diventare madre.»
Quando arriva il momento di diventare madre, non tutte fanno la stessa scelta. Alcune donne scelgono di partorire non in ospedale ma in un luogo dove ci sono solo un bagno, una cucina, una stanza da letto e un salotto. Oltre alla sala visite e alla stanza per gli incontri pre e post parto. Le caratteristiche della Casa maternità La Via Lattea, in via Morgantini 14 a Milano, sono quelle di un’abitazione normale, con l’aggiunta degli elementi utili a svolgere la sua funzione. Che è quella di «accompagnare la donna in tutto il percorso della maternità: gravidanza, parto in sede, puerperio a domicilio, primi anni di vita del bambino». Lo staff della casa è composto principalmente da ostetriche ed educatrici, che lavorano in collaborazione con ginecologo, pediatra e psicologo. Il percorso di ogni coppia all’interno della casa è diverso. C’è chi ci arriva già alla prima gravidanza, chi solo alla seconda. Chi segue solamente il corso pre parto e poi partorisce in ospedale, e chi invece sceglie il parto a domicilio (proprio o in casa maternità). Chi segue un percorso più lungo, anche dopo la nascita del figlio e chi invece si ferma lì. Percorsi diversi ma tutti accomunati dal desiderio di “sentirsi a casa”. Di vivere la gravidanza e il parto nel rispetto della sua natura fisiologica, recuperando l’intimità di quel momento in un contesto professionale ma demedicalizzato.
Ma non è solo il bambino ad essere al centro delle attenzioni di chi frequenta e gestisce la Casa maternità. È la coppia, papà compreso, ad essere importante. «Qui ti fanno mettere l’attenzione su te stessa. Su quali sono i tuoi desideri, i tuoi bisogni. Che è una cosa fondamentale perché lui possa nascere bene», dice Isotta De Martini, 24 anni, indicandosi il pancione. Lei si è rivolta alla Casa maternità, e ha deciso di dare alla luce qui il suo bambino, perchè «non ha mai avuto un buon rapporto con gli ospedali. E non mi ci ritrovo nei protocolli, in come vengono gestite le nascite». «Qui invece si sta bene – aggiunge – ci si sente a casa». Sarà che anche lei e suo fratello, 20 anni fa, sono nati nella Casa del parto, la predecessora della Via Lattea. «Mi ha consigliato mia mamma di venire qui».
L’idea di base è quella che una donna, purchè controllata, sana e nel rispetto di certi parametri, sia in grado di partorire “da sola”, senza quella “medicalizzazione eccessiva” che tante di loro indicano come il principale problema del parto in ospedale (dove episiotomie e tagli cesarei – intorno al 35%, mentre la soglia indicata dall’Oms è il 15% – sono più frequenti di quanto sembri necessario e il 21% delle madri ha dichiarato di aver subito violenza ostetrica). L’ostetrica della Casa maternità o quella che segue un parto a domicilio “accompagna” la donna, e la coppia, in un momento vissuto nel modo più naturale possibile.
Secondo i dati forniti dalla Casa maternità, La Via Lattea ha seguito negli ultimi 15 anni circa 600 parti (di cui una metà a domicilio e metà in sede). All’anno, si contano anche una ventina di accompagnamenti per parti in ospedale. Ogni ostetrica della casa viene formata, attraverso corsi obbligatori dell’Associazione Nazionale Ostetriche, sulle emergenze specifiche domiciliari. Nel corso dell’attività, circa 2/3 donne all’anno (su una media di 20) sono state trasferite non d’urgenza in ospedale mentre un solo neonato è stato trasferito in ospedale dopo qualche ora dal parto (per accertamenti a causa del colorito, poi dimesso senza problemi).

«La Casa maternità è un luogo a cui le coppie possono riferirsi e poi scegliere. Non per forza chi viene qui ha già chiaro cosa vuole o sceglie la nascita fuori dall’ospedale. Noi diciamo loro che se vengono qui, iniziamo a camminare insieme e forse li aiuteremo a chiarire cosa vogliono», spiega Paola Olivieri, responsabile della Casa maternità La Via Lattea. Per anni ostetrica in ospedale, nel 2003 si è licenziata e si è unita al gruppo della Casa maternità. «Non mi bastava vedere le coppie in quel periodo così breve. Senza saper nulla del prima e del dopo».
«Siamo molto onesti e chiari con le coppie, già in gravidanza, quando si programma un parto fuori dall’ospedale. Diciamo loro: ‘guarda che potrebbe accadere, ad esempio, una perdita di sangue. E a quel punto andremo in ospedale’. Non c’è niente di più importante che la coppia scelga. E, nel caso, avremo anche bisogno della loro collaborazione. Serve fiducia reciproca». «Io non posso garantire alle coppie che non succederà nulla», conclude. «Ma ciò che posso garantire è l’attenzione alla selezione e alla modalità di assistenza».
«L’accoglimento di un’ostetrica e di tutte le figure che sono all’interno della casa maternità ti fa sentire che non sei sola, che sei migliore, più capace.» – Carlotta Marangoni, 32 anni, dietista.
Si è rivolta alla Casa maternità fin dal primo figlio ed è sempre stata «improntata su tutto ciò che è ‘naturale’». Non ha potuto fare il parto in casa, come avrebbe voluto per un problema di salute.
Ha partorito il suo primo figlio in casa maternità e la seconda a casa sua. Gli ospedali «le hanno sempre messo ansia» e ha scelto di rivolgersi alla Via Lattea.
A causa dei bassi numeri del parto in casa (tra i 500 e i 1.000 all’anno, circa lo 0,1% del totale), non esiste un’indagine sistematica sul fenomeno né sulla sua sicurezza rispetto a quello ospedaliero. Non esiste infatti un registro ufficiale e i dati del Cedap, i certificati di assistenza al parto, spesso sono incompleti: in molte regioni non prevedono una voce specifica per il parto a domicilio.
Per la Società italiana di neonatologia (Sin) quella del parto a domicilio è una scelta rischiosa per la salute del bambino e della mamma. In un comunicato diffuso nel dicembre del 2016, la Sin sottolinea che «non è possibile escludere, con assoluta certezza, la possibilità che si presentino delle complicazioni» che, in caso di parto a domicilio, «implicherebbero un necessario e immediato trasferimento in ospedale, anch’esso di per sé rischioso». Pur riconoscendo che «il parto è un evento naturale e come tale deve essere vissuto» e condividendo le ragioni di chi vorrebbe partorire a casa, la Sin sconsiglia questa scelta per «la situazione del nostro sistema sanitario». Ad esempio, scrive, non c’è una rete capillare di ambulanze e bisogna fare i conti con la vicinanza e raggiungibilità di Terapie Intensive Neonatali.
«Tra il 4 e l’8 per mille dei parti presentano delle complicazioni. In questi casi, se si è in ospedale, si è più sicuri che a casa», sottolinea il professor Mauro Stronati, Presidente della Sin. «L’Italia non è adeguatamente pronta al parto in casa – continua – Chi fa questa scelta ha un’ambulanza sotto casa pronta a partire? Ha avvertito il centro di Terapia Intensiva Neonatale più vicino, accertandosi che ci sia posto? Io non credo». «Dirigo il Centro di Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico San Matteo di Pavia. Credo che in tutta la provincia qualche parto in casa ci sia stato. È possibile che io non abbia mai ricevuto negli ultimi 20 anni una sola telefonata per allertarci in caso servisse? Non è un dato nazionale, ma…»
Tuttavia, pur sconsigliandola, la Sin fornisce 6 indicazioni da seguire nel caso in cui la donna e il suo medico ritengano di seguire questa procedura.
Il parto in casa, concordano favorevoli e contrari, non è per tutti. «Non lo sarà mai», sottolinea Paola Olivieri. Dipende dalle caratteristiche della donna (che non deve avere patologie o problemi) ed è necessaria la presenza di ostetriche formate e di una struttura ospedaliera attrezzata e facilmente raggiungibile, a non più di 30/40 minuti dal luogo del parto (secondo quanto stabilito dalle Linee Guida per l’assistenza al parto a domicilio e casa maternità).
Alternativo e naturale è anche il modo in cui sempre più famiglie scelgono di impostare l’educazione dei loro figli: istruzione personalizzata a seconda dei bisogni e delle potenzialità del bambino, niente compiti, niente orari, apprendere giocando, vivere imparando. Questi sono soltanto alcuni dei principi fondamentali dell’educazione parentale, o metodo homeschooling, la pratica che trasforma i genitori in insegnanti e tutto il mondo in una grande aula.L’homeschooling è ormai definito come un vero e proprio metodo educativo e consiste nel crescere il proprio figlio in casa attraverso il gioco e l’istruzione da parte del genitore stesso. In questo modo il bambino non ha orari fissi da seguire, non ha un programma di apprendimento giornaliero da completare rigorosamente, ma impara seguendo le proprie predisposizioni e i propri tempi, anche e soprattutto vivendo la città e il mondo stesso a 360 gradi.
Si tratta di una scelta complicata, che comporta responsabilità enormi per i genitori, che si sostituiscono in tutto e per tutti agli insegnanti di scuola, e quindi rivestono il duplice ruolo di madre (o padre) ed educatore. È un compito importante e delicato, e il genitore deve essere a tutti gli effetti in grado di sopperire alla mancanza di una figura esterna esclusivamente dedicata all’apprendimento del bambino.
Ma il motivo che sembra dominare tra le mamme homeschoolers è l’insoddisfazione nei confronti del metodo di apprendimento imposto dalla scuola tradizionale e, molte volte, una vera e propria battaglia contro un’istituzione vista come «un deposito dove lasciare i bambini mentre i genitori sono al lavoro».
Visione non condivisa da pediatri e pedagoghi, tra cui il pediatra Paolo Sarti, per il quale la scuola pubblica «ha sicuramente delle pecche, dovute anche al suo de-finanziamento e alla svalorizzazione della professione di insegnante, ma è un’occasione per confrontarsi con la varietà delle cose, con situazioni economiche, culturali, religiose diverse, anche con la disabilità. Certo, andrebbe migliorata, ma può fare vivere al bambino l’esperienza del mondo, la sua varietà, e questo non è facoltativo».
Naturalmente fare homeschooling non è una scelta per tutti. La decisione deve essere condivisa dall’intera famiglia, e a consentirla deve essere soprattutto il lavoro dei genitori. Erika, infatti, ha reinventato la propria occupazione per poterla conciliare con l’educazione continua che dà ai suoi figli. E non è la sola.
Anche Alessia Rossetti, madre di Lucio e Mario, ha abbandonato un lavoro che la impegnava 12 ore al giorno per diventare consulente di babywearing. Ora insegna ai neo genitori come portare i propri figli in fascia, perché, dice, «il contatto con il bambino non va mai sottovalutato».
Mario e Lucio sono due bambini molto diversi, con predisposizioni e competenze quasi agli antipodi. Alessia spiega che per due bambini così differenti non sarebbe affatto utile un tipo di insegnamento uguale per entrambi, standardizzato. Così come nel confronto con altri bambini, nella valutazione in una determinata materia uno dei due si sentirebbe sempre e comunque inferiore all’altro, anche se magari è più bravo in un ambito diverso. Fuori dalla classe, invece, entrambi possono capire in cosa sono più capaci, avere le proprie soddisfazioni e imparare a collaborare assieme.
E la socializzazione? A sentire gli homeschoolers, il rapporto con gli altri bambini sembra l’ultimo dei problemi. Anzi, tutti ci tengono a specificare che i loro figli, gli amici, se li scelgono da soli, senza essere “costretti” a interagire soltanto con i 20 bambini della classe. Inoltre, la rete degli homeschoolers è molto attiva e coesa. Si incontrano spesso e organizzano attività da fare insieme: dalle visite ai musei, allo sport, dai laboratori di cucina, ai corsi di inglese. In questo modo, dicono, possiamo vivere la città a 360 gradi con tutte le opportunità che offre.
Per i contrari, però, è proprio la mancanza di una differenziazione dei ruoli a essere dannosa per la crescita: «Il bambino deve imparare a recepire le frustrazioni e a capire dove si trova e chi ha davanti», prosegue Sarti, «Questo non è un istinto, è un’intelligenza che va acquisita con l’esperienza. È come quando sai che quando c’è il nonno puoi fare delle cose che se ci sono i tuoi genitori non puoi fare. Il bambino capisce che ci sono cose che può e non può fare a seconda delle situazioni, ma questo si apprende solo vivendo».
Educazione in natura: l’Asilo nel Bosco
Ma l’universo dell’educazione alternativa non è composto solo dall’educazione parentale. Ci sono alcuni luoghi in cui il bambino entra in contatto con la natura vera e propria.
Oltre il cancello della Cascina Sant’Ambrogio, un’isola verde nel mare d’asfalto della metropoli, c’è un cartello marrone. Sopra, in stampatello, le regole da seguire per chi vuole trascorrere del tempo in quel luogo pieno di piante, orti, animali e mongolfiere di pezza.
Sono le uniche norme di comportamento per i bambini iscritti all’Asilo nel Bosco di Milano, una delle circa 60 strutture di asilo alternativo presenti attualmente in Italia.
Qui la natura è maestra. In questo pezzo di terra si può: giocare con la paglia, giocare con le pozzanghere, saltare, correre, gridare, essere tristi, felici, arrabbiati…
I princìpi sono tanto semplici quanto apparentemente incompatibili con una città metropolitana: riconnettere i bambini alla natura, permettere loro di stare all’aria aperta con qualsiasi temperatura e condizione meteorologica, incentivando le loro capacità di adattamento e imparando a usufruire delle cose che il mondo regala attraverso l’esperienza diretta. Infatti, l’assunto fondamentale dell’asilo nel bosco è che il tempo lo si trascorre fuori.
«Piove e si bagnano i vestiti? Bene, giocheranno e poi andranno subito dentro a cambiarsi». Eliana Rochetti, responsabile, educatrice e madre, racconta che non è necessario che l’asilo nel bosco sostituisca completamente l’asilo tradizionale. «Anzi, ci sono alcuni bambini iscritti che frequentano l’asilo nel bosco soltanto due giorni alla settimana, trascorrendo i rimanenti tre in strutture più tradizionali.»
«Il bambino viene assecondato nel suo modo naturale di comportarsi, lo si aiuta a riconnettersi con il mondo reale. Inoltre, tutte le difficoltà e i malumori vengono accolti e affrontati insieme, senza semplicemente aspettare che passino da soli».
Eliana racconta che i genitori sono felici di aderire al progetto, soprattutto perché l’inserimento può avvenire a lungo termine, e vengono incentivati a passare del tempo nella struttura con i loro bambini per aiutarli ad ambientarsi, lasciandoli solo quando loro stessi, assieme alle educatrici, ritengono siano pronti. In questo modo si viene a creare una connessione non soltanto con il bambino, ma con il genitore stesso. Ovviamente i dubbi su questo tipo di educazione non mancano, ma bisogna provare per capire se questo possa essere un luogo adatto al proprio bambino: «All’inizio temevo che mio figlio sarebbe diventato un selvaggio», confessa una mamma che ha iniziato da poco a portare il proprio bambino all’asilo nel bosco, per ora soltanto di giovedì e venerdì, «Invece mi sono accorta che in questo modo riesce anche lui a capire meglio quando si può scatenare e quando invece si torna a casa e si sta tranquilli».
Per tutte queste mamme, la casa è il centro. È il luogo dove si nasce, si cresce e si mangia. O per lo meno dove si prepara il pranzo. Lunedì: pasta al pesto. Martedì: vellutata di carote e un toast. Romeo, 9 anni, mangia ogni giorno nella mensa della sua scuola. Ma il suo non è uno dei circa 85mila pasti – tra scuole, residenze sanitarie e centri vari – preparati dalla Milano Ristorazione. Il suo pranzo lo ha preparato Valeria Venturin, la sua mamma.
Da Torino a Milano, passando per altre città italiane, nell’ultimo periodo si sono moltiplicate le voci dei genitori che chiedono alla scuola di poter fornire loro stessi il pranzo ai figli. Dopo gli iniziali “no” categorici da parte delle istituzioni, sono arrivati i primi via libera: la sentenza della Corte di Appello di Torino (settembre 2016) e la presa d’atto del Miur (marzo 2017) hanno aperto alla possibilità di portarsi il pasto da casa. È la “rivincita della schiscetta”, con alcune condizioni e diverse critiche. Sedersi allo stesso tavolo dei compagni, mangiare le stesse cose: quanto questo faccia parte o meno del processo educativo e dei compiti della scuola ha acceso il dibattito. E se, inizialmente, i bambini con il pranzo da casa non potevano accedere alla mensa, ora possono farlo ma con delle regole. Nella scuola di Romeo, ad esempio, i genitori firmano una liberatoria e i bambini mangiano in tavoli separati rispetto ai compagni, per evitare il contatto tra alimenti provenienti da fuori e della mensa.
«Il consumo consigliato di uova a testa è di due alla settimana. Io preferisco che quelle due uova le mangino a casa, che sono quelle che prendo al lago dal contadino che conosco e che ha le galline». Sano, buono e controllato ma senza esagerare. «Non puoi fare scelte troppo radicali in una società come questa. I miei figli mangiano anche le merendine e vanno da McDonald’s come tutti. Ma ho spiegato loro cosa è meglio e cosa preferisco per loro e per me. Poi saranno loro a scegliere». Valeria è vegetariana da sempre e l’attenzione al cibo caratterizza anche il suo essere mamma.

