Noi studenti rifugiati

di Nina Fresia e Matteo Lefons

Da Gaza City a un campo profughi dopo l’altro. Poi dalla Striscia alla Giordania, 25 ore di autobus. E infine l’imbarco sul volo da Amman a Milano. Dana Sadeya ha 21 anni, è nata a Gaza City e con la sua famiglia è stata sfollata per undici volte in due anni. Si trovavano nuovamente a sud quando sua sorella, la più grande di sei, le ha fatto vedere un post sui social su un bando per una borsa di studio universitaria in Italia. Dana, prima del 7 ottobre, aveva frequentato per un anno medicina a Gaza: poi con la guerra anche i corsi universitari erano stati interrotti. «Era il mio sogno e lo stavo vivendo. E poi tutto è crollato, tutto è diventato bombe, distruzione e fame», racconta Dana. Che, su suggerimento di sua sorella, ha quindi deciso di inviare la sua candidatura per studiare presso l’Università degli Studi di Milano. Poi la notifica, quella mail con cui l’ateneo italiano le comunicava di averla presa per odontoiatria. Ci sono voluti tre mesi pieni di ritardi e difficoltà burocratiche prima di riuscire a lasciare la Striscia. «Ora che sono uscita da Gaza, per la prima volta in vita mia, sto cercando di pianificare un futuro. Nella Striscia ho lasciato il mio cuore, la mia intera famiglia. Anche loro dovranno costruirsi un’alternativa: la nostra casa è stata completamente rasa al suolo dall’esercito».



Vincere un bando e una borsa di studio, ottenere un visto, vivere una seconda possibilità da studente dopo anni segnati da bombe, povertà, morte. In Italia è possibile grazie ai corridoi universitari, che consentono a centinaia di ragazze e ragazzi provenienti da zone di guerra, da regimi dittatoriali o da Stati sull’orlo del fallimento, di iscriversi ai corsi di studio negli atenei italiani. 

Il progetto Unicore

Istituito nel 2019, Unicore (University Corridors for Refugees) è il corridoio universitario più solido e collaudato: ha come coordinatore Unhcr e può contare sull’impegno delle università, ma anche su una serie di associazioni locali come Caritas e Diaconia Valdese che aiutano gli studenti rifugiati a orientarsi nel contesto di arrivo. In questi anni Unicore ha coinvolto fino a 38 università italiane, permettendo a 300 studenti di ottenere un visto per motivi di studio. «Sono numeri bassi, se si pensa che nel mondo sono 2,9 milioni le persone rifugiate impossibilitate a tornare a casa e, contemporaneamente, a essere inserite nel Paese di primo arrivo», spiega Barbara Molinaro di Unhcr Italia, «ma l’esempio italiano è virtuoso: metà delle nostre università aderisce al progetto. Al punto che Francia e altri Paesi europei hanno deciso di avviare lo stesso programma».

Chaloma Osman è arrivato a Torino un anno fa grazie proprio a un bando Unicore. Scappato dalla regione Nuba Mountains, nel Sud del Sudan, quando era ancora poco più di un bambino, ha raggiunto il Kenya nel 2005 dove ha vissuto come rifugiato per quasi vent’anni. Da un decennio non ha modo di comunicare con la madre e i fratelli, rimasti in Sudan, mentre il padre è stato ucciso durante uno dei tanti conflitti che si sono susseguiti nel Paese. All’Università di Torino frequenta un corso di laurea magistrale in Area and Global Studies of International Cooperation e dovrebbe laurearsi ad aprile: la sua tesi si concentrerà sui crimini di guerra commessi nei villaggi vicini a quelli della sua famiglia, pressoché ignorati dalla stampa internazionale.



Criticità dei corridoi universitari

A detta di chi segue gli studenti di Torino, Chaloma è una forza della natura. Come lui, la maggior parte dei ragazzi che prende parte al programma riesce a terminare il proprio percorso di studio. Sono solo 27 gli abbandoni registrati da Unhcr in questi sei anni di Unicore. All’Università di Torino, ad esempio, ci raccontano di una ragazza, arrivata dall’Uganda, che dopo essersi regolarmente immatricolata e aver frequentato un semestre di lezioni ha mandato una mail annunciando che sarebbe tornata in Africa per sposarsi. Anche se hanno provato a ricontattarla, lei non ha mai più risposto. Ma le cause di rinuncia sono anche altre: «I ragazzi che arrivano in Italia non hanno niente in tasca se non i soldi della borsa di studio. In diversi casi si sono ritrovati senza soldi e li hanno chiesti ai colleghi. Questo perché spediscono alle loro famiglie tutto il denaro che l’università gli dà per vivere come studenti», spiega Alessia Di Pascale, professoressa delegata dal Rettore per il progetto Unicore all’Università Statale di Milano. «Sentono un forte senso di colpa per aver abbandonato i loro familiari, che sono rimasti nel Paese d’origine in condizioni di vita difficili». Questa “iper-responsabilizzazione” li logora psicologicamente e non li aiuta a costruire un progetto per il futuro:  «Parte dei soldi della borsa dovrebbero metterli da parte per poter trovare un alloggio dopo la fine del programma, quando dovranno cercare lavoro», prosegue Di Pascale, spiegando come molti studenti siano convinti di poterlo trovare rapidamente grazie al titolo di laurea che hanno conseguito. Le speranze e i sogni degli studenti però si scontrano presto con il mercato del lavoro italiano, che raramente dà garanzie di assunzione con salari adeguati.

C’è poi il tema dell’italiano, che studentesse e studenti Unicore dovrebbero apprendere nell’arco degli studi, raggiungendo idealmente un livello di conoscenza della lingua B1. «Senza italiano è quasi impossibile trovare lavoro, nemmeno un tirocinio», afferma Di Pascale, «Anche inserendo l’italiano come requisito per il rinnovo della borsa, non tutti riescono a impararlo. Il loro programma di studio è già molto impegnativo, il dover imparare nel frattempo anche una lingua così complessa non è per niente facile». 



Studenti Unicore totali

Studenti Unicore in corso

Abbandoni studenti Unicore

L’Italia come luogo di passaggio

Le possibilità di lavoro sono poche per tutti in Italia, ma, a differenza degli studenti europei, che nella maggior parte dei casi hanno una famiglia su cui contare, quelli di Unicore si ritrovano da soli e con lo scrupolo di mandare il denaro ai parenti in Africa. Per questo spesso decidono di spostarsi in altri Paesi più solidi dal punto di vista del mercato lavorativo. «Per i ragazzi che vengono a studiare attraverso progetti come Unicore», afferma Maurizio Ambrosini, responsabile scientifico del Centro studi Medì (Migrazioni nel Mediterraneo) di Genova, «l’accoglienza italiana è una manna dal cielo, ma in prospettiva temo che non vedano il loro futuro nel nostro Paese. Noi esportiamo cervelli, anche quelli autoctoni». Prima della Brexit, il paese di destinazione più gettonato per il post laurea era il Regno Unito, oggi Germania e Spagna sono tra i più attrattivi, oltre ai luoghi in cui è più facile l’integrazione linguistica (Francia e Belgio per chi proviene da zone francofone, per esempio).

C’è però anche chi è riuscito a costruirsi un futuro in Italia: Samuel Tsegai, scappato dalla dittatura in Eritrea, è arrivato con una borsa di studio di Unicore all’Università degli Studi di Milano, si è laureato, ed è riuscito a trovare subito lavoro: da quattro anni, è data scientist in Banca Ifis. «All’inizio c’erano le difficoltà della lingua, dell’integrazione, della comunicazione», confessa Samuel, «Unicore però è un progetto straordinario, ti segue durante tutto il percorso». La seconda vita del banchiere eritreo è cominciata quattro mesi fa, quando la moglie e il figlio di 5 anni lo hanno raggiunto grazie al ricongiungimento familiare. «Mio figlio già parla l’italiano meglio di me, è entusiasta di essere arrivato in Italia». Ora vive a Pavia, ma sta cercando casa a Milano per concludere la sua esperienza da pendolare e avvicinarsi alla sede della banca.

Corridoi per crisi umanitarie specifiche: Ucraina e Afghanistan

Prima di dare un contributo alla drammatica situazione di Gaza, le università italiane avevano già lavorato a dei programmi di accoglienza per far fronte a conflitti specifici. È accaduto nel 2021, quando in Afghanistan i talebani hanno ripreso il controllo di Kabul: grazie a una direttiva Crui e alla buona volontà dei singoli atenei italiani, molte ragazze e ragazzi afghani sono arrivati in Italia per studiare. «È stata la prima grande operazione di questo genere», spiega la professoressa Alessandra Fiorio Pla da Torino, «Gli studenti sono arrivati in Italia con dei voli nazionali, ma non c’era un coordinamento su tutto il territorio come invece c’è stato quest’estate per Gaza e Cisgiordania». Non c’è stato coordinamento neanche nel 2022, quando è scoppiata la guerra in Ucraina: il Ministero dell’Università e della Ricerca ha dato delle indicazioni specifiche sulle azioni che le singole università avrebbero dovuto mettere in atto, ma senza un progetto nazionale coordinato tra i tanti atenei. Gli studenti in arrivo dall’Ucraina hanno dovuto completare un “Foundation Program”: cioè un programma (online o, come nel caso degli ucraini scappati in Italia, in presenza) che li allineasse al sistema educativo italiano che prevede 13 anni di scuola prima dell’università, anziché 11. Gli studenti ucraini hanno beneficiato di un permesso di soggiorno rilasciato in seguito a una direttiva europea, denominato “protezione temporanea per emergenza ucraina”: il loro trasferimento in Italia è stato abbastanza agevole dal punto di vista burocratico e logistico.
È con il conflitto in Medioriente, riscoppiato dopo il 7 ottobre 2023, che è nato un nuovo corridoio universitario ad hoc per gli studenti e le studentesse provenienti dalla Striscia di Gaza: Iupals (Italian Universities for Palestinian Students), il primo programma coordinato a livello nazionale di questo genere.

Progetto Iupals

Iupals è un progetto organizzato dalla Crui, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, che ha visto coinvolte 35 università italiane con oltre 150 borse di studio a disposizione di studenti provenienti dai Territori Palestinesi. Sono i singoli atenei a mettere a disposizione le risorse (12mila euro a borsa che comprendono vitto, alloggio, tasse universitarie e assicurazione sanitaria) per i vincitori del bando e a selezionarli. «Alcuni vincitori non ci hanno mai risposto, altri lo hanno fatto troppo tardi e li abbiamo recuperati con delle borse di studio successive», racconta Stefano Simonetta, Prorettore ai servizi agli studenti e diritto allo studio per la Statale di Milano, «non tutti avevano accesso a internet e chi poteva connettersi ce lo aveva comunque limitato. Alcuni, per risponderci, si arrampicavano su quello che restava degli edifici più alti di Gaza City o altre città della Striscia. Purtroppo, alcuni colleghi di altri Paesi con cui lavoro hanno avuto dei borsisti che hanno perso la vita o a cui è stata impedita la partenza dai familiari».
Simonetta spiega che, una volta arrivati a Milano, le studentesse e gli studenti palestinesi hanno a disposizione la residenza, buoni pasto, assicurazione sanitaria e tessera per i mezzi pubblici. L’Università fornisce loro anche un computer portatile, dei tutor scolastici e l’assistenza psicologica.



La Farnesina mi ha spiegato che gli israeliani si sono lamentati del mio uso della parola “evacuazione”: non era autorizzata. Anche una mail tra università e borsisti viene intercettata e può creare problemi

Stefano Simonetta

Prorettore Statale di Milano

Ma la parte più complicata, più che la partenza e l’arrivo, è proprio il percorso: l’iter burocratico necessario a portare in Italia gli studenti. La documentazione dei vincitori raccolta dall’Università è stata inviata alla Farnesina e poi al Consolato Generale di Gerusalemme. Una volta ricevuto il via libera, i ragazzi sono stati portati ad Amman, in Giordania, via autobus: «Un viaggio di 25 ore su un pullman bersagliato due volte dall’esercito israeliano. In alcuni momenti, ci hanno raccontato, sembrava che chi organizzava lo spostamento volesse tornare indietro, che si rifiutasse di proseguire», racconta Simonetta. La Giordania è il Paese che ha fatto da sponda con Israele, che impedisce ogni partenza diretta da Gaza o dagli aeroporti dello Stato ebraico. I tempi della diplomazia sono stati allungati proprio dal lungo giro di comunicazioni, tra Farnesina e Terra Santa, poi tra Gerusalemme e Israele con l’interazione giordana. Non sono mancate le incomprensioni, come ricorda Simonetta: «Nella prima mail che ho scritto ai ragazzi, mi sono presentato e gli ho chiesto di prestare pazienza. Ho spiegato che le nostre autorità diplomatiche stavano lavorando alla loro evacuazione. Il giorno dopo ho ricevuto una chiamata dalla Farnesina: allegando lo screenshot del mio messaggio, mi hanno spiegato che gli israeliani si erano lamentati del mio uso della parola “evacuazione”, che non era autorizzata. Questo significa che anche una mail tra università e borsisti viene intercettata e può creare problemi». A differenza di altri studenti provenienti da zone di crisi, gli studenti Iupals vedono l’opportunità di studiare in Italia come un importante passaggio per poter tornare a casa con nuove conoscenze da applicare in patria. «Molti studiano nell’area medica e, fin dalle lettere di motivazione, ci dicono di voler tornare a Gaza per aiutare gli ospedali al collasso. Vogliono riempire le file che la guerra ha svuotato. Molti hanno scelto di seguire le orme di chi non li ha mai fatti sentire soli, come i giornalisti, gli infermieri e gli insegnanti».

Dana Nawas è una di loro: «Farò del mio meglio con lo studio per ripagare l’Università del credito che mi ha dato. Voglio rappresentare il mio Paese al meglio possibile. Un giorno inevitabilmente tornerò per ricostruirlo». Dana ha 20 anni e ci racconta che al liceo, prima della guerra, aveva un GPA (media dei voti) del 99,6%. Nel ramo scientifico era la seconda della Palestina. Della guerra ricorda l’esplosione che ha ucciso i suoi vicini di casa, talmente vicina che la forza di pressione non le ha fatto sentire il forte suono. È arrivata in Italia a novembre 2025, dopo aver vinto una borsa di studio all’Università Statale di Milano. Come tutti i suoi compagni, di viaggio e ora di residenza, cerca di pensare al suo futuro.

Chi ancora non è arrivato

La maggior parte degli studenti che hanno vinto la borsa Iupals per l’anno universitario 2025/2026 è arrivata in Italia. Gli ultimi a fine novembre. Alcuni ragazzi e ragazze sono ancora bloccati nella Striscia di Gaza. Al momento sono 56 le borse erogate a persone mai arrivate: si tratta di borse Iupals ma anche di borse di studio erogate fuori dal progetto, direttamente dalle singole università. Osama Mansour, studente di biotecnologie ha vinto mesi fa una borsa all’Università di Teramo (sempre di 12mila euro) ma continua a scontrarsi con le criticità burocratiche: non gli è ancora stato rilasciato nessun visto dall’ambasciata italiana di Gerusalemme.



Hanno vinto la borsa Iupals

Vincitori di borse mai arrivati

Altre 13 borse di studio sono state erogate dalle Istituzioni Afam (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica), cioè quei percorsi di istruzione superiore equivalenti agli atenei tradizionali: Accademie delle belle arti, scuole di musica, conservatori che hanno messo a disposizione delle borse di studio attraverso fondi di ateneo o regionali. Ma anche gli aspiranti musicisti e artisti gazawi non hanno ancora ottenuto l’autorizzazione per lasciare la Striscia per motivi di studio.

Borse di studio Afam erogate per studenti mai arrivati

Entrando nella sala comune della residenza di Santa Sofia dell’Università Statale di Milano, oggi ci sono una trentina di ragazze e ragazzi. Sono socievoli, sorridenti. Ci hanno raccontato quello che stanno scoprendo della nuova città: c’è chi passeggia ammaliato dalle architetture dei palazzi del centro, chi si è già concesso una partita a San Siro tra i tifosi di Milan o Inter. Tutti però fanno la stessa domanda al tutor che li raggiunge in aula: quando arrivano gli altri?