Noi studenti rifugiati
Da Gaza City a un campo profughi dopo l’altro. Poi dalla Striscia alla Giordania, 25 ore di autobus. E infine l’imbarco sul volo da Amman a Milano. Dana Sadeya ha 21 anni, è nata a Gaza City e con la sua famiglia è stata sfollata per undici volte in due anni. Si trovavano nuovamente a sud quando sua sorella, la più grande di sei, le ha fatto vedere un post sui social su un bando per una borsa di studio universitaria in Italia. Dana, prima del 7 ottobre, aveva frequentato per un anno medicina a Gaza: poi con la guerra anche i corsi universitari erano stati interrotti. «Era il mio sogno e lo stavo vivendo. E poi tutto è crollato, tutto è diventato bombe, distruzione e fame», racconta Dana. Che, su suggerimento di sua sorella, ha quindi deciso di inviare la sua candidatura per studiare presso l’Università degli Studi di Milano. Poi la notifica, quella mail con cui l’ateneo italiano le comunicava di averla presa per odontoiatria. Ci sono voluti tre mesi pieni di ritardi e difficoltà burocratiche prima di riuscire a lasciare la Striscia. «Ora che sono uscita da Gaza, per la prima volta in vita mia, sto cercando di pianificare un futuro. Nella Striscia ho lasciato il mio cuore, la mia intera famiglia. Anche loro dovranno costruirsi un’alternativa: la nostra casa è stata completamente rasa al suolo dall’esercito».
Il progetto Unicore
Istituito nel 2019, Unicore (University Corridors for Refugees) è il corridoio universitario più solido e collaudato: ha come coordinatore Unhcr e può contare sull’impegno delle università, ma anche su una serie di associazioni locali come Caritas e Diaconia Valdese che aiutano gli studenti rifugiati a orientarsi nel contesto di arrivo. In questi anni Unicore ha coinvolto fino a 38 università italiane, permettendo a 300 studenti di ottenere un visto per motivi di studio. «Sono numeri bassi, se si pensa che nel mondo sono 2,9 milioni le persone rifugiate impossibilitate a tornare a casa e, contemporaneamente, a essere inserite nel Paese di primo arrivo», spiega Barbara Molinaro di Unhcr Italia, «ma l’esempio italiano è virtuoso: metà delle nostre università aderisce al progetto. Al punto che Francia e altri Paesi europei hanno deciso di avviare lo stesso programma».
Criticità dei corridoi universitari
A detta di chi segue gli studenti di Torino, Chaloma è una forza della natura. Come lui, la maggior parte dei ragazzi che prende parte al programma riesce a terminare il proprio percorso di studio. Sono solo 27 gli abbandoni registrati da Unhcr in questi sei anni di Unicore. All’Università di Torino, ad esempio, ci raccontano di una ragazza, arrivata dall’Uganda, che dopo essersi regolarmente immatricolata e aver frequentato un semestre di lezioni ha mandato una mail annunciando che sarebbe tornata in Africa per sposarsi. Anche se hanno provato a ricontattarla, lei non ha mai più risposto. Ma le cause di rinuncia sono anche altre: «I ragazzi che arrivano in Italia non hanno niente in tasca se non i soldi della borsa di studio. In diversi casi si sono ritrovati senza soldi e li hanno chiesti ai colleghi. Questo perché spediscono alle loro famiglie tutto il denaro che l’università gli dà per vivere come studenti», spiega Alessia Di Pascale, professoressa delegata dal Rettore per il progetto Unicore all’Università Statale di Milano. «Sentono un forte senso di colpa per aver abbandonato i loro familiari, che sono rimasti nel Paese d’origine in condizioni di vita difficili». Questa “iper-responsabilizzazione” li logora psicologicamente e non li aiuta a costruire un progetto per il futuro: «Parte dei soldi della borsa dovrebbero metterli da parte per poter trovare un alloggio dopo la fine del programma, quando dovranno cercare lavoro», prosegue Di Pascale, spiegando come molti studenti siano convinti di poterlo trovare rapidamente grazie al titolo di laurea che hanno conseguito. Le speranze e i sogni degli studenti però si scontrano presto con il mercato del lavoro italiano, che raramente dà garanzie di assunzione con salari adeguati.
C’è poi il tema dell’italiano, che studentesse e studenti Unicore dovrebbero apprendere nell’arco degli studi, raggiungendo idealmente un livello di conoscenza della lingua B1. «Senza italiano è quasi impossibile trovare lavoro, nemmeno un tirocinio», afferma Di Pascale, «Anche inserendo l’italiano come requisito per il rinnovo della borsa, non tutti riescono a impararlo. Il loro programma di studio è già molto impegnativo, il dover imparare nel frattempo anche una lingua così complessa non è per niente facile».
Studenti Unicore totali
Studenti Unicore in corso
Abbandoni studenti Unicore
L’Italia come luogo di passaggio
Le possibilità di lavoro sono poche per tutti in Italia, ma, a differenza degli studenti europei, che nella maggior parte dei casi hanno una famiglia su cui contare, quelli di Unicore si ritrovano da soli e con lo scrupolo di mandare il denaro ai parenti in Africa. Per questo spesso decidono di spostarsi in altri Paesi più solidi dal punto di vista del mercato lavorativo. «Per i ragazzi che vengono a studiare attraverso progetti come Unicore», afferma Maurizio Ambrosini, responsabile scientifico del Centro studi Medì (Migrazioni nel Mediterraneo) di Genova, «l’accoglienza italiana è una manna dal cielo, ma in prospettiva temo che non vedano il loro futuro nel nostro Paese. Noi esportiamo cervelli, anche quelli autoctoni». Prima della Brexit, il paese di destinazione più gettonato per il post laurea era il Regno Unito, oggi Germania e Spagna sono tra i più attrattivi, oltre ai luoghi in cui è più facile l’integrazione linguistica (Francia e Belgio per chi proviene da zone francofone, per esempio).
Corridoi per crisi umanitarie specifiche: Ucraina e Afghanistan
Prima di dare un contributo alla drammatica situazione di Gaza, le università italiane avevano già lavorato a dei programmi di accoglienza per far fronte a conflitti specifici. È accaduto nel 2021, quando in Afghanistan i talebani hanno ripreso il controllo di Kabul: grazie a una direttiva Crui e alla buona volontà dei singoli atenei italiani, molte ragazze e ragazzi afghani sono arrivati in Italia per studiare. «È stata la prima grande operazione di questo genere», spiega la professoressa Alessandra Fiorio Pla da Torino, «Gli studenti sono arrivati in Italia con dei voli nazionali, ma non c’era un coordinamento su tutto il territorio come invece c’è stato quest’estate per Gaza e Cisgiordania». Non c’è stato coordinamento neanche nel 2022, quando è scoppiata la guerra in Ucraina: il Ministero dell’Università e della Ricerca ha dato delle indicazioni specifiche sulle azioni che le singole università avrebbero dovuto mettere in atto, ma senza un progetto nazionale coordinato tra i tanti atenei. Gli studenti in arrivo dall’Ucraina hanno dovuto completare un “Foundation Program”: cioè un programma (online o, come nel caso degli ucraini scappati in Italia, in presenza) che li allineasse al sistema educativo italiano che prevede 13 anni di scuola prima dell’università, anziché 11. Gli studenti ucraini hanno beneficiato di un permesso di soggiorno rilasciato in seguito a una direttiva europea, denominato “protezione temporanea per emergenza ucraina”: il loro trasferimento in Italia è stato abbastanza agevole dal punto di vista burocratico e logistico.
È con il conflitto in Medioriente, riscoppiato dopo il 7 ottobre 2023, che è nato un nuovo corridoio universitario ad hoc per gli studenti e le studentesse provenienti dalla Striscia di Gaza: Iupals (Italian Universities for Palestinian Students), il primo programma coordinato a livello nazionale di questo genere.
Progetto Iupals
Iupals è un progetto organizzato dalla Crui, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, che ha visto coinvolte 35 università italiane con oltre 150 borse di studio a disposizione di studenti provenienti dai Territori Palestinesi. Sono i singoli atenei a mettere a disposizione le risorse (12mila euro a borsa che comprendono vitto, alloggio, tasse universitarie e assicurazione sanitaria) per i vincitori del bando e a selezionarli. «Alcuni vincitori non ci hanno mai risposto, altri lo hanno fatto troppo tardi e li abbiamo recuperati con delle borse di studio successive», racconta Stefano Simonetta, Prorettore ai servizi agli studenti e diritto allo studio per la Statale di Milano, «non tutti avevano accesso a internet e chi poteva connettersi ce lo aveva comunque limitato. Alcuni, per risponderci, si arrampicavano su quello che restava degli edifici più alti di Gaza City o altre città della Striscia. Purtroppo, alcuni colleghi di altri Paesi con cui lavoro hanno avuto dei borsisti che hanno perso la vita o a cui è stata impedita la partenza dai familiari».
Simonetta spiega che, una volta arrivati a Milano, le studentesse e gli studenti palestinesi hanno a disposizione la residenza, buoni pasto, assicurazione sanitaria e tessera per i mezzi pubblici. L’Università fornisce loro anche un computer portatile, dei tutor scolastici e l’assistenza psicologica.
Chi ancora non è arrivato
La maggior parte degli studenti che hanno vinto la borsa Iupals per l’anno universitario 2025/2026 è arrivata in Italia. Gli ultimi a fine novembre. Alcuni ragazzi e ragazze sono ancora bloccati nella Striscia di Gaza. Al momento sono 56 le borse erogate a persone mai arrivate: si tratta di borse Iupals ma anche di borse di studio erogate fuori dal progetto, direttamente dalle singole università. Osama Mansour, studente di biotecnologie ha vinto mesi fa una borsa all’Università di Teramo (sempre di 12mila euro) ma continua a scontrarsi con le criticità burocratiche: non gli è ancora stato rilasciato nessun visto dall’ambasciata italiana di Gerusalemme.

