OROLOGIO CONGELATO
La prevenzione nell'inverno demografico: rinviare la maternità con la crioconservazione degli ovocitidi Francesca Fulghesu e Arianna Salvatori
Tic, tac. Tic, tac. Ogni giorno una donna tra i venti e i trent’anni si sveglia e sa che nel proprio feed scorreranno pubblicità di test di gravidanza, caroselli sull’inverno demografico, reel sul congelamento degli ovociti. Tic, tac. Tic, tac. Ogni giorno una donna tra i venti e i trent’anni esce di casa e sa che dovrà rispondere con nonchalance a uno sconosciuto che le chiede se farà figli e schivare con destrezza chi le ricorda che il tempo dell’orologio biologico scorre inesorabile.
Intanto nello schermo del suo telefono Taylor Mega e l’influencer Veronica Ferrario raccontano di aver congelato i propri ovuli, la comica Giada Biaggi fa un reel ironico in cui immagina che la sua ginecologa le proponga di fare il controllo della riserva ovarica mentre le sue compagne delle medie mettono nelle stories le foto dei figli con il volto nascosto dalle emoticon. La tentazione di lanciare fuori dalla finestra sia il telefono sia l’orologio biologico si fa irresistibile. Ma la giovane donna tra i venti e i trent’anni resiste. E chiede a ChatGPT cosa sia la crioconservazione degli ovociti.
Non è un caso che i feed siano inondati da post sul congelamento degli ovociti. In effetti, l’interesse per il social freezing negli ultimi anni è cresciuto molto. In Italia non esistono dati aggregati ufficiali ma le cliniche che abbiamo contattato parlano tutte di richieste più che raddoppiate rispetto al passato, nonostante ad oggi sia una pratica che, privatamente, può arrivare a costare fino a 7000 euro. E intanto nascono anche startup come Meggycare, fondata a settembre 2025 da tre ragazze che hanno a loro volta congelato gli ovociti in passato e che si propongono di fare da ponte organizzativo e informativo tra le pazienti e alcune cliniche italiane.
Il 2 novembre, in occasione della Giornata Mondiale della Fertilità, il collettivo Stiamo Fresche ha lanciato la campagna «Congeliamo gli ovuli, non i diritti» per chiedere che la crioconservazione ovocitaria sia garantita dal Servizio Sanitario Nazionale e riconosciuta come prestazione di prevenzione accessibile gratuitamente a tutte le donne fino a 40 anni. Secondo il collettivo, la gratuità del servizio, oltre che necessaria per «trasformare un privilegio in un diritto», potrebbe essere una risposta anche alla crisi demografica. Ad oggi la copertura pubblica riguarda solo le donne under 40 che sono in un percorso oncologico. Tutte le altre, comprese coloro che soffrono di condizioni collegate alla riduzione della fertilità come endometriosi, insufficienza ovarica precoce o menopausa anticipata, sono escluse.
A giugno la Puglia, prima regione in Italia, ha introdotto un contributo una tantum fino ad un massimo di 3mila euro per le donne di età compresa tra i 27 e i 37 anni che vogliono conservare gli ovuli. Fin dai primi giorni di apertura la misura ha registrato un interesse molto elevato, con un totale ad agosto, quando si sono chiusi i termini per le domande, di 320 richieste.
Nel bilancio regionale 2026 e 2027, secondo quanto riferito da Valentina Romano, direttrice del Dipartimento Welfare della Regione, sono previste ulteriori risorse.
Un’iniziativa della Asl Roma 1 si è mossa nella stessa direzione: il progetto Nido delle cicogne ha offerto gratuitamente controlli della fertilità e visite per valutare il congelamento a oltre 1200 donne. «Ha avuto un successo incredibile, oltre le aspettative. Abbiamo istituzionalizzato l’iniziativa anche per il 2026. A lungo termine, l’auspicio è che l’Italia diventi autosufficiente in questo settore», spiega la ginecologa Arianna Pacchiarotti, direttrice dei centri di PMA pubblici dell’Ospedale Sant’Anna e dell’Ospedale San Filippo Neri, che si è battuta per ottenere il finanziamento.
Iniziative come quella pugliese, spiega Romano, cercano di rispondere al divario tra tempi sociali e tempi biologici, «ampliando anche lo spazio decisionale delle donne». Tuttavia, il problema del calo delle nascite in Italia ha radici lontane ed effetti a lungo termine: come sottolinea Francesco Billari, demografo e rettore dell’Università commerciale Luigi Bocconi, il problema è aggravato dal fatto che, dato che il calo delle nascite va avanti già da decenni, ci sono pochi giovani e quindi pochi potenziali genitori. Il fenomeno, inoltre, colpisce i territori in maniera diseguale ed è correlato «alla qualità della vita, al benessere economico, all’efficienza dei servizi»: «Non è un caso che in termini di fecondità al primo posto ci sia il Trentino-Alto Adige e all’ultimo la Sardegna», spiega Billari.
Cercare di cambiare la demografia con la fecondità significherebbe chiedere alle donne di rinunciare alla loro autonomia corporea. Garantire la possibilità di decidere quando diventare madri è invece una questione di salute, di libertà, di maggiori possibilità
Alessandra MinelloLa media italiana di figli per donna, comunque, è bassa in quasi tutte le regioni: «Anche quelle benestanti come le Marche, l’Emilia–Romagna e la Lombardia non sono particolarmente al di sopra della media nazionale». Secondo Alessandra Minello, ricercatrice in demografia all’Università di Padova e studiosa di differenze di genere, l’accesso al congelamento degli ovociti non va letto come una soluzione alla crisi demografica, ma come uno strumento di libertà: «Cercare di cambiare la demografia con la fecondità significherebbe chiedere alle donne di rinunciare alla loro autonomia corporea. Garantire la possibilità di decidere quando diventare madri è invece una questione di salute, di libertà, di maggiori possibilità. Che questo implichi eventualmente anche più nascite future è secondario». L’aspetto fondamentale, secondo gli esperti, è quello della prevenzione. Permettere e agevolare il congelamento degli ovociti può essere innanzitutto visto come una tutela medica: si verifica la propria fertilità, si conservano ovociti in salute e si preserva una possibilità riproduttiva futura. In altre parole, si congela l’orologio biologico.
A fare da apripista in Europa alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) è stata la Spagna. È qui che, a partire dal 1989, sono stati fatti i primi interventi e si sono formati molti dei biologi e dei medici che ora lavorano nelle cliniche europee. In quegli stessi anni, Madrid e non solo sono state meta di coppie e single che volevano eludere i limiti dei propri Paesi e ottenere la possibilità di accedere alla PMA. Oggi, tuttavia, grazie all’aggiornamento di molte leggi nazionali, le traiettorie del turismo riproduttivo sono cambiate. «Ora ad andare all’estero è circa il 2% delle coppie eterosessuali», sottolinea Francesco Gebbia, co-direttore della clinica Ivi di Roma, «però continuano a rivolgersi a centri spagnoli donne single o coppie di donne che vogliono fecondare». Infatti, nonostante sia permesso a tutte di congelare i propri ovuli in centri privati, in Italia la Legge 40 del 2004 non consente di utilizzarli se non all’interno di una coppia eterosessuale.
Un limite che è assente in molti altri Paesi europei. Come Malta, che lo ha rimosso nel 2018 e che a inizio dicembre 2025 ha annunciato l’introduzione di una misura che permetterà a tutte le donne in età fertile di congelare i propri ovuli tramite il servizio sanitario pubblico. È il secondo Paese UE ad estendere la gratuità anche a donne che non sono pazienti oncologiche. Ad arrivare prima è stata la Francia, precisamente nel 2021. Da quattro anni a questa parte, per una donna di età compresa tra i 29 e i 37 anni, tutto il processo di crioconservazione è rimborsato dalla Securité Social, ovvero il sistema sanitario nazionale francese.
Accesso alla crioconservazione degli ovociti in Unione europea
Ma se avere una legge è un primo passo, riuscire ad attuarla è più complesso. In Francia la media di attesa per avere un primo appuntamento dal ginecologo è di dieci mesi. Questo perché gli istituti sono pochi rispetto alle migliaia di domande che arrivano ogni anno, nonostante dal 2024 si sia aggiunta la possibilità di congelare anche in centri privati convenzionati. In tutto, oggi, i centri dove si può fare sono circa una quarantina, e per la maggior parte si trovano nelle regioni centrali del Paese o in quelle più densamente popolate, come l’Île-de-France.
Una domanda che è necessario porsi e che un po’ spaventa è cosa succederebbe ai conti del Fondo Sanitario Nazionale se l’Italia seguisse le orme francesi. Come spiega Francesco Longo, professore di gestione pubblica e sanitaria all’Università Bocconi, «nel SSN la coperta è cortissima e tutta una serie di altri diritti ancora non sono garantiti».
L’intero sistema sanitario oggi spende 136,5 miliardi di euro, e la legge di Bilancio 2026 prevede un finanziamento per il prossimo anno di 142,9 miliardi (ovvero il 6,1% del Pil). Un aumento di 6,4 miliardi di euro (somma di due Leggi di bilancio: quella del 2025 e quella del 2026), che tuttavia non basta per colmare il fabbisogno della Sanità.
Non è facile stimare il finanziamento necessario per coprire il costo della crioconservazione per le donne in età fertile, ma facendo una proporzione con i dati che arrivano dalla Francia, è possibile fare un’ipotesi. Il costo di un ciclo di crioconservazione è in media di 2500-3000 euro a donna, e nel 2023 in Francia sono state circa in 20mila a fare questa operazione totalmente pagata dallo Stato. La popolazione femminile tra i 29 e i 37 anni in Italia è in numeri assoluti inferiore a quella francese. Tuttavia, l’interesse per la pratica negli anni è esploso, come confermano gli esperti e i medici intervistati. Ipotizzando quindi che la richiesta in Italia possa essere di 20mila come avvenuto in Francia nel 2023, i costi per il sistema sanitario nazionale italiano potrebbero aggirarsi intorno ai 55 milioni di euro all’anno. Si tratta di una spesa non indifferente per le casse dello Stato italiano, considerando che tra l’altro i dati, spiega Papaleo, dicono che il 90 per cento degli ovociti congelati rimane inutilizzato. Le strategie quindi, sempre secondo il ginecologo, potrebbero essere due: da una parte selezionare le donne che hanno problemi di infertilità e permettere loro di congelare i propri ovociti gratuitamente, dall’altra aprire alla possibilità dell’ovodonazione. Due investimenti di prevenzione che renderebbero il sistema più sostenibile.
Finanziamenti alla Sanità 2026
Stima spesa crioconservazione
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Tasso di utilizzo ovociti
Il rapporto tra le donne e la maternità nel tempo è cambiato. Da destino ineluttabile a scelta consapevole, oggi la decisione di avere un figlio viene nella maggior parte dei casi ponderata a lungo. Prima vengono gli studi, il lavoro, l’attesa di un partner adatto. Così l’età media per la prima gravidanza è in costante aumento e, secondo i dati Istat, nel 2024 si attesta a 31,9 anni.
Ogni anno in più dedicato all’istruzione e al lavoro diventa, di fatto, un rinvio della fertilità. A questo si aggiunge la consapevolezza che fare un figlio possa rappresentare un freno alla carriera. «A differenza degli uomini, per le donne è un rischio aggiuntivo», sottolinea la sociologa Chiara Saraceno. È la cosiddetta child penalty: prima della nascita di un figlio, la probabilità di lasciare il lavoro è simile per entrambi i sessi (circa 10,5-11% per le donne e 8,5-9% per gli uomini), ma nell’anno della nascita aumenta sensibilmente per le madri, arrivando al 18%, mentre scende all’8% per i padri. «Così molte aspettano di essere stabili e affermate prima di fare un figlio: vogliono essere sicure di non venire penalizzate».
Insieme al lavoro, si è trasformata anche la coppia. «L’amore è più fragile, ma anche più intenso. Si sta insieme per scelta: la relazione oggi è un dialogo fondato sull’uguaglianza. Si basa sul piacere e può essere messa in discussione da entrambi», spiega Saraceno. «Sono cambiate le divisioni di genere e il progetto riproduttivo: anche ammesso che ci sia, non è la priorità». Allo stesso tempo, però, l’idea di maternità esiste sempre più spesso anche al di fuori della dinamica a due. Cresce il numero di persone che riflette sulla possibilità di avere un figlio, al di là della presenza di un partner, e a ricorrere al congelamento degli ovociti sono soprattutto donne single.
Sullo sfondo, restano le paure di millennial e Gen Z: scoprire che il proprio fidanzato non sia un vero femminista, nonostante professi di aver letto Virginia Woolf, ritrovarsi a fare la stessa vita di sacrifici e rinunce dei propri genitori, non avere le stesse possibilità economiche di quell’influencer che invade il nostro smartphone. Così nelle note del telefono segnano sia la lista della spesa, sia quella dei nomi che darebbero a un figlio o una figlia. E la decisione finale si prova a rimandarla ancora un po’.

