Pain killers: 12 ore di felicità
Quando gli oppioidi non uccidono il dolore, ma uccidono e basta.
Entrambe fanno parte di quel 26 per cento di Italiani che soffre di dolore cronico.
Più della metà sono donne. C’è chi è tormentato da una tendinite che non gli dà tregua. Chi deve fare i conti con i postumi di un intervento o con una rara malattia degenerativa, ma i più sono esasperati da un mal di schiena che non se ne va o da una cefalea che ritorna implacabile.
Angela e Carla hanno dovuto far ricorso agli oppioidi per resistere al dolore. Non una scelta istintiva ma, come prescrive la legge, orientata da medici professionisti. Nel tempo però, quei farmaci che promettevano di aiutarle si sono trasformati in un tunnel senza uscita.
Più antidolorifici per tutti
Angela, 50 anni, affetta dalla sindrome di Ehelers-Danlors
La svolta nella prescrizione degli oppioidi arriva con la legge 38/2010: accedere a potenti pain killers diventa più facile. Prima serviva una lunga trafila di scartoffie, i certificati gialli riservati a chi era malato di cancro all’ultimo stadio. Oggi però è diverso: togliere il dolore è diventato un dovere etico verso chi soffre, in alcuni casi un obiettivo da raggiungere a tutti i costi.
All’inizio per chi ha una malattia degenerativa o un mal di schiena che non passa sono un sollievo, poi prendendoli tutti i giorni cresce il rischio di cadere nella dipendenza. Capita che, pur assumendoli, il dolore resti e quella che doveva essere la soluzione diventa il problema.
Le storie di chi finisce nel tunnel sono quasi tutte simili. Quando gli antidolorifici non bastano, quando gli antinfiammatori ti hanno già spaccato lo stomaco, l’ultima spiaggia sono i pain killers. In Italia sono 16 milioni (1,5 miliardi nel mondo) le persone di cui si parla poco. Forse perché di dolore cronico non si muore. Ma con il dolore cronico si deve convivere. Come la polvere, si attacca addosso alla vita che piano piano si assottiglia nel tentativo di tenerlo a bada. Con i pain killers l’esistenza comincia a misurarsi in milligrammi. Basta una puntina di troppo per andare verso il punto di non ritorno. E da quel momento a uccidere non rischia più di essere solo la malattia, ma anche la cura.
Due pillole per un business milionario
Carla, 48 anni, un parto cesareo andato male
Le vendite in Italia stanno avendo un boom paragonabile, seppur in scala ridotta, a quanto successo negli Stati Uniti più di vent’anni fa. Nel 1996 la storica casa farmaceutica americana Purdue Pharma ha lanciato sul mercato un farmaco contro il dolore fino a quel momento non disponibile. Nome in codice OxyContin, parente molto stretto delle vecchie pillole di morfina, ma a base di ossicodone.
Il nuovo medicinale, approvato dalla Food and Drug Administration, prometteva di “controllare il dolore” per circa 12 ore.
«Ricorda, per un sollievo efficace ne servono solo due», veniva pubblicizzato nelle campagne di marketing dell’epoca. I manager della Purdue non avevano dubbi: l’OxyContin avrebbe avuto successo sul mercato e tra i pazienti. Avrebbe fatto scuola.
E il successo è arrivato, non solo per l’OxyContin, ma per tutta la famiglia degli oppiacei. Dal 2006 al 2014, sono state vendute 4,9 miliardi di pillole di solo Percocet (ossicodone),15 per ogni cittadino americano. Le stesse dinamiche si sono ripetute per il fentanil.
La dipendenza sconosciuta
Angela, 50 anni, a proposito degli oppioidi e della sua dipendenza
Quando ci se ne accorge si è già dentro fino al collo. Si è in pieno iperdosaggio. Un abuso, se pur legalizzato dal medico che per combattere il dolore non ha scelta: darne ancora e ancora, condannando il paziente a una vita in bilico tra astinenza e overdose.
Se negli Stati Uniti su 12 milioni di persone che ne fanno uso quasi la metà sono caduti nella spirale della dipendenza e l’80 per cento dei tossicodipendenti ha iniziato con gli antidolorifici prescritti dai medici, in Italia i dati non ci sono.
Spacciatori, truffatori e malati di dolore
Carla, 48 anni, a proposito del suo rapporto con gli oppioidi
In Nord America i cartelli della droga hanno inondato città e aree rurali con oppioidi sintetici importati sottocosto dalla Cina e dal Messico. Il risultato è un’epidemia inarrestabile da 75mila morti l’anno, 1 ogni 12 minuti.
In Italia, i morti di overdose accertata da oppioidi per ora sono due, ma i casi di cronaca, dai sequestri ai furti, dimostrano che un traffico illegale, nato su una domanda in crescita, c’è eccome.
Li vendono fuori dalle scuole, a 10 euro a pasticca, ai ragazzini che vogliono stordirsi, si ordinano su internet e ti arrivano comodamente a casa per posta o corriere. Basta cercare su Google “vendita fentanil” (o qualsiasi altro farmaco) e scegliere tra una delle tante “farmacie” online, veri e propri pusher virtuali che non richiedono di certo la ricetta del medico.
La strategia funziona. I consumi si impennano e i profitti anche, peccato che i big del farmaco non abbiano messo in conto l’effetto collaterale che tanto si sono dati da fare per nascondere: la dipendenza micidiale in cui è difficile non cadere e che negli Usa dal 1999 ha falciato 400 mila vite.
Per chi è costretto a prendere gli oppioidi a vita per scendere dal letto, il destino si gioca nel rapporto con il medico. Informare il paziente a cosa va incontro, monitorarne gli effetti collaterali in modo costante, aumentare le dosi con cautela e preferire i farmaci a lento rilascio, sono la base per contenere il rischio di eccesso. Ma non basta. Se il paziente, come è successo a Angela e Carla, cade nell’abuso, non puntare il dito è essenziale. «Perché oltre al danno, subire anche la beffa della condanna da chi quei farmaci te li ha dati, ti umilia».
Spostare l’obiettivo dalla lotta contro il dolore a tutti costi alla tutela di chi soffre: così si può evitare a chi vive tutti i giorni con il male che picchia forte di precipitare nel buco nero della dipendenza da oppioidi.
«Quando per te la vita diventa un orologio, che scorre con la paura di non riuscire a superare quelle quattro ore che ti separano dalla prossima dose. Non riesci a parlare, non riesci a far niente nel quotidiano, perché ti buttano talmente giù che ti distruggono tutto».

