Senza permesso di ammalarsi
Quando il diritto alla salute non viene garantito a chi non ha i documenti in regolaÈ un mio diritto
Il problema sono i rimborsi che lo Stato dovrebbe garantire agli ospedali per le cure fornite agli stranieri irregolari. I ritardi e le difficoltà amministrative ci sono sempre state. Ma da quando i risarcimenti sono di competenza regionale e non più del ministero degli Interni, sempre più ospedali delegano le cure alle associazioni volontarie.
Quando Washington è arrivato in Italia aveva 26 anni. Era il 1979. Dall’Uruguay ha preso un aereo ed è atterrato a Fiumicino. Diciotto ore di viaggio, quasi 11 mila chilometri percorsi. Scappava dalla dittatura militare imposta da Aparicio Méndez. Erano gli anni delle guerriglie urbane e degli arresti politici. «La situazione era molto difficile. Dovevo per forza andare via», ricorda . Ha vissuto a Roma e a Milano. Ha trovato da solo dove dormire, dove lavorare. Ora sta alla fondazione “Fratelli di San Francesco”: si occupa di distribuire i pasti e in cambio ha un tetto sopra la testa.
«Prima ero come Hulk. Avevo un’ottima salute. Poi, le difficili condizioni di vita e la vecchiaia mi hanno indebolito». Washington adesso ha 68 anni. Come la maggior parte dei migranti irregolari, ha dovuto procurarsi autonomamente quelle cure che la nostra Costituzione garantisce a tutti. Ci pensa un po’ su, sorride e dice: «Mi pare si tratti dell’articolo 32».
Sempre in fila al Pronto Soccorso
«Se hai la gastrite? Vai ogni volta al pronto soccorso?», chiede Washington. Soffrendo di attacchi di panico, avendo problemi respiratori, deve essere seguito sempre dalla stessa persona. Deve fare esami specialistici appropriati. In pronto soccorso è quasi impossibile: le file sono infinite e i mediatori culturali, che per legge non sono obbligatori, non ci sono. In queste condizioni per molti è difficile comunicare i sintomi. Quando Washington è arrivato a Milano, conosceva poco la lingua e non sapeva come muoversi. È venuto in Italia per seguire degli amici: «Giocavano a bocce con mio padre. Quando è partito il primo, lo abbiamo seguito tutti».
Se ho la gastrite? Vado ogni volta
al pronto soccorso?
Chi mi cura, davvero
“Ho la bronchite, non la tubercolosi”
«Qui non possiamo curarti, vai dai volontari»
Gli ambulatori sono diventati famosi tramite passaparola. Sulla pagina Facebook del Naga ci sono 15 mila mi piace. Chi è andato in via Zamenhof scrive cosa ne pensa e risponde alle domande di chi non sa dove poter controllare il proprio stato di salute. Abdul commenta: «Questa organizzazione è davvero molto utile per i rifugiati stranieri».
Arrivano al pronto soccorso senza tessera sanitaria, la sala d’attesa è strapiena. Provengono dal Marocco, dal Perù, dall’Africa sub-sahariana. All’accettazione, il personale non capisce bene che cosa stiano dicendo. C’è la fila e le persone che attendono il loro turno sembrano piuttosto infastidite. Gli operatori sanitari non ricordano o non sanno di poter chiamare un medico per richiedere che venga rilasciato un Stp. I sintomi descritti dai pazienti in maniera frettolosa non sembrano gravi. Talvolta li visita un dottore. In qualsiasi caso, dopo vengono mandati in via Zamenhof o in via dei Transiti: da chiunque abbia il tempo di prendersene cura.
«Ora non si capisce più nulla e noi ci affatichiamo sempre di più», dice Colombo. Prima era al Naga, ora lavora presso l’ambulatorio del San Paolo: il primo centro sanitario pubblico dedicato esclusivamente ai migranti irregolari. È lui ad aver seguito le cure di Washington: «Livio non è solo un dottore, è un’istituzione». Quando ne parla Washington sorride. Sa di dovergli molto. Ogni venerdì va in via Antonio di Rudinì. «Blocco A, piano meno due», precisa.
Gli ospedali hanno paura di non essere rimborsati. Per questo li mandano dai volontari
“L’Italia ormai è casa nostra”
Washington ora dice di essere a casa. «Che differenza c’è tra me e un italiano?», si chiede. Lui sa che non dovrebbe stare qui. Ma ormai ha vissuto più tempo in Italia che in Sudamerica. Ha una convinzione: «So di essere fuorilegge. In una democrazia, però, penso che il diritto alla salute debba essere garantito a tutti».

