SI SALVI CHI PUÒ

Prepararsi ai disastri. Dai “prepper” casalinghi ai governi europei
di Filippo Di Biasi e Mariarosa Maioli

Coltellino multiuso sempre pronto, kit e zaini per ogni evenienza e un piano per affrontare gli scenari peggiori. E uscirne, quantomeno, in vita. È questo l’identikit del prepper, dall’inglese to prepare. Spesso sono chiamati anche survivalisti, perché molti si addestrano a sopravvivere in condizioni estreme, come nel caso di un collasso totale della società con tutti i suoi servizi. Di fatto, parliamo di persone che fanno prevenzione e gestione del rischio, inventandosi modi per essere resilienti a tutto, dall’imprevisto quotidiano alle calamità.

A farli conoscere, e renderli quasi un fenomeno pop, è stata una serie-documentario prodotta da National Geographic nel 2012, che ne ha esaltato soprattutto le caratteristiche “scenografiche”. Una puntata tratta anche dell’Italia: Gli apocalittici, con maschere antigas, tecniche di sopravvivenza estrema, rifugi colmi di razioni. Ma non si tratta di accumulo seriale, semmai quasi più una filosofia di vita. Chi la abbraccia sostiene che il prepper non lo si fa. Lo si è. E soprattutto, che in fondo non conviene neanche dirlo in giro. Perché nella follia anarchica di un mondo devastato e senza regole, è meglio non far sapere chi ha messo da parte scorte di cibo o mezzi per produrre energia.

Per anni Marco Crotta, cinquant’anni, informatico milanese, è stato il punto di riferimento per la comunità italiana dei prepper. Ha scritto libri, fatto conferenze e curato il portale prepper.it. Poi ha percepito che fosse diventata più una moda, o una corsa all’attrezzo più figo, e si è ritirato per occuparsi solo di sé e della sua famiglia. «Non c’è bisogno di chiudersi in un bunker, anche perché se davvero ipotizziamo un’apocalisse nucleare è inutile anche che ne stiamo a parlare…». Allo stesso tempo, però «non sono nemmeno l’utensile multiuso o il coltellino a salvarti. Penso che il vero prepper è quello che va a studiarsi i problemi seri, i rischi. Informandosi e approfondendo si capisce che il reale pericolo non è più, o non solo, la guerra. Sono il cambiamento climatico, le minacce informatiche e ibride, le pandemie».

L’esempio del Covid, almeno in Italia, è quanto di più vicino ci sia stato agli scenari tipici del prepping. «Mentre i telegiornali mandavano immagini di scaffali vuoti, la psicosi, le file ai supermercati, io ero in casa tranquillo», racconta Crotta. «Potevo fare affidamento su scorte alimentari con cui io e la mia famiglia saremmo potuti andare avanti tre mesi. E questo può valere anche per una tempesta che ti costringe chiuso in casa o un licenziamento improvviso, nel qual caso non hai da pensare alla spesa per un po’», spiega ancora Crotta.

Finita la spinta di prepper.it, a raccogliere il testimone è stato Pasquale Lavino, che ha fondato l’Aip (Associazione italiana prepper). L’associazione conta circa 50 tesserati e 200 membri attivi, ed è organizzata su più livelli. C’è un canale Telegram dove tutti i membri discutono e si confrontano sui temi del prepping, e dalle discussioni spesso nascono articoli da pubblicare sul sito. «Non ammettiamo chiunque, cerchiamo di fare un po’ di filtro all’inizio per escludere persone violente o con idee estreme. Di quelli che magari si presentano ai raduni con armi e coltelli per difesa personale».

Lavino punta molto sul concetto di «prepping familiare». Il concetto per cui non esista un piano d’emergenza adatto a tutti, ma ogni nucleo familiare debba valutare i rischi che lo circondano. E predisporre le possibili soluzioni e vie di fuga. «Io mi trovo a Novara e devo prendere in considerazione problemi di esondazioni di canali per esempio. C’è la possibilità di visionare le mappe redatte dal Comune su i vari rischi, che possono essere rischi ambientali, ma anche rischi di tipo sociale. Devo anche tenere in considerazione, per esempio, se mi trovo in una zona con un’alta percentuale di delinquenza, oppure una zona più tranquilla. Una zona periferica, distante dalle grandi arterie, oppure vicino». Anche questo vuol dire fare prepping.

 

Fabiola Pernechele e Alessandro Mastrandrea curano il sito italianprepper.it da qualche anno. Entrambi si definiscono dei prepper, e hanno avviato un progetto di comunicazione con anche video su YouTube, articoli, segnalazioni di prodotti. Vivono in Val d’Aosta e questo è anche uno dei motivi per cui hanno pensato di occuparsi di prevenzione dei rischi. «Ci siamo chiesti: “e se c’è un blackout come facciamo col freddo? Per questo abbiamo implementato in casa vari sistemi energetici indipendenti e abbiamo anche scorte e un orto».

Nella visione di Lavino, un prepper non è un rambo ma «una persona in meno per i soccorritori. Più noi riusciamo a provvedere a noi stessi», spiega, «meno affatichiamo la macchina dei soccorsi». In questo senso anche lui declina nel quotidiano la filosofia del prepping, e arriva ad allargarla fino alla cybersecurity: «Abbiamo iniziato a fare anche corsi del genere, li tengo io stesso. Spiego come non farti fregare le credenziali». Gira tutto intorno alla prevenzione, formazione al rischio di ogni tipo. «Ma se parliamo di attacco nucleare, preferisco prendere patatine e birra, e godermi l’ultimo spettacolo».

L’Associazione italiana prepper organizza ogni anno diversi corsi, da quelli più generici a esperienze monotematiche. In questi appuntamenti gli iscritti imparano tecniche di primo soccorso, rudimenti di campeggio e anche un vero e proprio ricettario prepper: «Il pane chapati, senza lievito e cotto sulla brace, o lo spezzatino all’italiana con selvaggina e erbe, sono preparazioni che impariamo a fare insieme. Spesso ci sono anche ragazzi e bambini, che si divertono e imparano cose utili», racconta Lavino.

Tra i corsi più intensivi ce n’è uno che insegna a sopravvivere in ambiente impervio, potendo contare sulla propria attrezzatura. Lo tiene Daniele Dal Canto, istruttore professionista. Abita a Livorno e usa le colline a pochi chilometri dalla città per offrire esperienze all’aperto di ogni tipo. Dalla sopravvivenza pura ai corsi di team building per le aziende. È lui in primis a essere un prepper, e tanti altri appassionati della materia sono suoi allievi. Boschi, foreste, ambienti naturali non antropizzati, insegna Dal Canto, possono diventare un rifugio sicuro.

Dal Canto, a fine intervista, scherza (ma non troppo): «Quello che è sicuro è che non morirò mai murato in un bunker». Da una certa distanza, ai piedi delle alpi svizzere, gli fa eco Piero San Giorgio: «Nessun bunker. Solo una fattoria indipendente e autosufficiente». San Giorgio, autore e volto della prima ora per il prepping italiano, ha deciso di mollare tutto, anche un lavoro da manager, e trasferirsi in Svizzera, in una località isolata. Vuole «sopravvivere al collasso economico», che è anche il titolo del suo libro. Nelle foto della sua residenza si vedono scorte, armi, pannelli solari. Ma nessun rifugio segreto in cemento armato. L’idea di avere un bunker sotto casa, come fanno alcuni survivalisti negli Stati Uniti o come succede per legge in Svizzera, sembra non avere niente a che fare con i prepper italiani.

SVIZZERA

«Un posto protetto per ogni abitante»

Per arrivare al rifugio pubblico di Hofstrasse bisogna attraversare un campo da gioco pieno di bambini. Fa parte della scuola accanto, tutta in cemento. Due rampe di scale portano qualche metro sottoterra. In caso di emergenza, è da lì che i cittadini devono passare per trovare riparo nel rifugio pubblico, gestito dalla Schutz & Rettung Zürich. SRZ comprende, tra gli altri, i vigili del fuoco, la protezione civile e il servizio di soccorso della città di Zurigo.

La prevenzione in Svizzera è una cosa seria: sul web, la protezione civile fornisce un opuscolo in cui si spiega scopo, struttura e utilizzo dei rifugi per la popolazione. Nello stato elvetico, storicamente neutrale, garante di se stesso, vale il principio: «Un posto protetto per ogni abitante». Con nove milioni di posti sicuri disponibili nei circa 370 mila rifugi pubblici e privati, la Svizzera vanta un grado di copertura di oltre il 100%. Nel momento in cui il governo dovesse dichiarare lo stato d’emergenza a Zurigo, le autorità contatterebbero subito coloro che non dispongono di un rifugio nella propria abitazione o nel proprio complesso residenziale per comunicare in quale rifugio pubblico devono recarsi. «Non si possono avere elenchi già pronti», spiega Pablo Buonocore, responsabile del reparto “Immobilien” della Schutz & Rettung Zürich, «la città di Zurigo registra un costante afflusso ed esodo di residenti che lasciano la città». L’assegnazione dei posti letto avviene quindi solo in caso di emergenza.

Il concetto di protezione dei rifugi in Svizzera è stato concepito in modo che la permanenza in questi rifugi pubblici possa durare da alcune ore fino a un massimo di due o tre settimane. «Non prevede che ci si possa barricare qui per anni, come nei film di Hollywood, per poi uscirne e ritrovarsi in un mondo nuovo. Queste strutture non sono progettate per questo», sottolinea Buonocore. 

All’interno del rifugio pubblico di Hofstrasse ci sono bagni a secco, letti ripiegabili, impianti di filtrazione dell’aria. La capienza è di poco più di 200 persone. «Una volta entrate, devono portare con sé tutto il necessario e sistemarsi. Ciò include acqua, cibo, coperte e, in generale, i beni di uso quotidiano», spiega Buonocore. Anche perché il rifugio non è dotato di acqua corrente. In realtà un piccolo rubinetto c’è, ma i responsabili spiegano che è un’eccezione. Prima di essere un rifugio per la popolazione, infatti, questo era destinato a ospitare forze dell’ordine e operatori della protezione civile, per gestire in sicurezza l’emergenza e le comunicazioni. Nel rifugio di Hofstrasse varie stanze sono insonorizzate e sono gli unici luoghi utilizzati anche oggi, in tempo di pace, come si dice nel gergo della prevenzione. Gli spazi vengono affittati a gruppi musicali per suonare e provare, o ad artisti per dipingere. Si tratta di locali comunque molto spartani: «Sono stati semplicemente dipinti e dotati di un’illuminazione di base. Per il resto, l’arredamento è molto essenziale». 

I cittadini sanno da sempre che sotto i palazzi e i condomini, Zurigo è disseminata di rifugi. Ma il contesto geopolitico ha aumentato il livello di preoccupazione per un’eventuale emergenza e, in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, la popolazione ha mostrato un crescente interesse per i rifugi, in particolare per quelli pubblici. «Abbiamo ricevuto migliaia di chiamate da cittadini interessati che volevano sapere dove si trovasse il loro rifugio», racconta Buonocore. Di conseguenza, Schutz & Rettung Zürich ha creato una pagina FAQ sul proprio sito web e ha formulato le risposte più importanti per informare la cittadinanza. 

Chi invece possiede un bunker privato, all’interno della propria abitazione o di un condominio, deve usare quello in caso di emergenza, ed è tenuto alla sua manutenzione. Per valutare lo stato dei rifugi, le autorità effettuano controlli periodici. I lavori richiesti ai proprietari sono semplici, e vanno dalla pulizia del rifugio al controllo dell’uscita di emergenza. Il rinnovo delle installazioni tecniche, come il filtro dell’aria o altri sistemi, vanno invece affidati a specialisti. Mariachiara Menicucci, studentessa italiana in Erasmus a Zurigo, mostra lo scantinato della sua casa in affitto: «La porta è quella di un bunker, ma noi lo usiamo come deposito. All’interno ci sono dei divisori in legno per definire lo spazio di ogni famiglia». Nel momento in cui nel Paese dovesse scattare l’emergenza generale, i proprietari dei rifugi domestici dovrebbero provvedere a renderli operativi. Ma nulla vieta di usarli come cantine o depositi in tempo di pace.

La permanenza di Menicucci a Zurigo è limitata perché tra qualche mese andrà a Losanna per conseguire il dottorato in Statistica. «Ma nonostante questo, quando sono arrivata, il Comune mi ha dato alcuni documenti tra cui una prescrizione medica per prendere in farmacia la pillola di iodio». In caso di un attacco nucleare, o di radiazioni in arrivo, la Svizzera garantisce a tutte le persone nei suoi confini la profilassi allo iodio. Assumendolo in pasticca, il corpo evita di assorbirlo radioattivo dall’ambiente. Nel 2022, dopo l’invasione russa in Ucraina, anche in Italia si registrarono richieste di iodio in farmacia. 

ITALIA

In Italia non esiste un sistema di rifugi pubblici come quello svizzero. I cittadini non sono a conoscenza di piani d’emergenza generale, come in caso di guerra o invasione su larga scala, e lo Stato non ha rifugi adibiti a situazioni di crisi del genere. Nonostante questo, sul territorio sono presenti lasciti militari come bunker ed ex siti atomici usati come rifugio. Simona Bravaglieri, ricercatrice all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha analizzato e mappato l’eredità dei siti militari dismessi della Guerra Fredda, dal 1947 al 1989. Spiega che la volontà di non mantenere in uso questi rifugi per la cittadinanza, in caso di crisi o eventuali attacchi esterni, è una scelta dettata dalla posizione geopolitica italiana.

Per capire meglio questo punto, Bravaglieri ha confrontato l’Italia e la Svezia, dove c’è un alto numero di rifugi pubblici ancora servibili in caso di emergenza. «Il caso della Svezia è molto diverso dal nostro anche perché, pur avendo accordi informali con la Nato, fino al 2024 non ne faceva parte e, in quanto Paese neutrale, doveva difendersi da solo; e poi, ancora oggi i cittadini svedesi ricevono a casa i volantini informativi in caso di attacco militare», spiega Bravaglieri, «l‘Italia, invece, essendo parte della Nato poteva e può contare sulla sicurezza di una serie di alleati. E infatti è interessante che le tipologie di edifici costruiti in Italia siano molto simili a quelli Regno Unito, membro fondatore della Nato». 

Nel suo studio, Bravaglieri ha evidenziato un atteggiamento italiano peculiare ma radicato. Cioè una propensione culturale alla reazione e non alla prevenzione. Una dinamica che si può riscontrare ancora oggi, quando in caso di terremoti o altre calamità naturali, ci si attiva a emergenza in corso piuttosto che anticipare e ridurre il rischio. Invece che seguire i venti di guerra, Bravaglieri suggerisce un riutilizzo dei bunker in tempo di pace con scopi sociali. «Secondo me questi luoghi dovrebbero essere riconvertiti. Per esempio a rifugi climatici, in grado di offrire riparo da ondate di calore, alluvioni e altri eventi estremi, anche a chi non ha dimora». Alcune metropoli europee, come Valencia, si stanno già muovendo in questa direzione. Dal 2024, la città spagnola ha censito strutture in cui potersi rifugiare in caso di caldo estremo e ha reso disponibile la lista ai suoi abitanti.  

La maggior parte dei bunker in Europa vengono utilizzati come musei, allo scopo di tramandarne la memoria. Anche l’Italia segue il trend europeo. Quasi tutti i rifugi sono gestiti da associazioni private o enti locali, che organizzano eventi e visite con l’aiuto di volontari, tra cui spesso ex militari e appassionati di storia. Ne è un esempio il bunker Breda a Sesto San Giovanni, gestito dall’Ecomuseo urbano metropolitano Milano nord. In tempo di guerra veniva usato per dare riparo agli operai della V divisione aeronautica dell’azienda siderurgica Breda. Alessandra Micoli, coordinatrice del parco, spiega che il bunker ora è usato solo per scopi museali e percorsi espositivi: «Già in tempo di guerra non offriva una protezione completa a chi ci si riparava e oggi, con le moderne tecnologie belliche, sarebbe ancora meno sicuro. Nonostante questo, nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, più di una volta ci è stato chiesto se il bunker Breda si potesse riutilizzare in caso di emergenza».

In Italia ci sono imprese edili che hanno iniziato a riconvertire su richiesta scantinati in bunker. E c’è anche chi, come nel caso dell’imprenditore veneto Roberto Camerin, inizia a progettare nuovi edifici comprendendo già i locali di rifugio interrati. «La nostra idea è quella di costruire bunker condominiali, calcolati in base agli abitanti e agli spazi», spiega Camerin, presidente dell’Unione Consorzio Seici, leader nel settore della riqualificazione energetica di edifici. Nato da una famiglia metà svizzera e metà italiana, Camerin ha pescato da entrambe le culture l’idea dei bunker privati: «Ho preso ispirazione dalle leggi elvetiche sui rifugi. Ma gli spazi svizzeri sono stretti, noi siamo italiani e abbiamo bisogno anche di socializzare». Così, i rendering presentati da Camerin mostrano bunker sotterranei ampi per poter contenere la popolazione del condominio sotto cui si trovano. E anche tutto il necessario per poter sopravviverci al massimo quattro mesi. «In più, tutte le linee di comunicazione di cui l’ultima, la rete radio AM a onde medie, che non muore mai. In maniera tale da essere informati continuamente su cosa succede all’esterno», continua Camerin. Nel rifugio sono integrati anche un sistema di filtrazione dell’aria, i pannelli fotovoltaici e un cunicolo d’evasione calcolato appositamente per un eventuale crollo dell’edificio. 

 

«Abbiamo previsto anche delle pompe, dei pozzi. Insomma, ci sono ci sono tante varianti che possono essere fatte», ma che per ora, aggiunge Camerin, rimangono progetti depositati in Comune a Vittorio Veneto, in attesa di approvazione. «Manca proprio la categoria catastale giusta. Perché è vero che sono locali da usare come cantina o garage, però sono anche molto di più». Come spiega l’imprenditore edile, «l’idea è nata dopo il 24 febbraio 2022, quando Putin ha invaso l’Ucraina. Ma non solo: se c’è l’idea di voler fare la guerra, di riarmarsi, si deve dare anche ai cittadini la possibilità di difendere la propria famiglia».

ESTERO

L’attenzione dell’Europa verso i bunker è aumentata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. La preoccupazione di un allargamento del conflitto ha portato i governi degli Stati Ue ad aggiornare i piani d’emergenza e la Commissione europea a redigere un piano dettagliato per prevenire e arginare le minacce di qualsiasi tipoSi tratta dellEu Preparedness Union Strategy to prevent and react to emerging threats, che è stato presentato a marzo 2025. Dell’intero documento europeo, aveva attirato interesse il video in cui Hadja Lahbib, Commissaria europeo per la gestione della crisi, presentava il kit di sopravvivenza in caso di emergenze. Occhiali da vista, coltellino svizzero, documenti, torcia, caricatore e powerbank, acqua e farmaci sono solo alcuni degli accessori che Lahbib indicava come necessari da tenere con sé in una borsa.                                                                                                            L’Ucraina ha subito adibito a rifugi tantissimi luoghi pubblici, che si possono consultare città per città su apposite mappe.

 

La Polonia, tra i Paesi più esposti al rischio di attacco russo, ha attivato un sistema di prevenzione. Dopo l’approvazione a fine 2024, dal primo gennaio 2026 è in vigore la legge per cui la maggior parte dei nuovi edifici residenziali e commerciali costruiti in Polonia dovrà essere dotata di rifugi di emergenza, o spazi che possano essere trasformati in rifugi. Come riporta il giornale Gazeta Prawna, il provvedimento impone la costruzione di rifugi di emergenza nei piani interrati e nei garage di edifici residenziali e pubblici, nelle stazioni della metropolitana e all’interno delle infrastrutture critiche. Il regolamento stabilisce che almeno lo 0,3% del Pil sarà destinato allo sviluppo del sistema di protezione civile e di difesa civile per far sì che il Paese disponga di un sistema adatto al ventunesimo secolo che possa garantire la sicurezza dei cittadini. 

Anche nel resto d’Europa i bunker non mancano. Ereditati dalle guerre novecentesche e dal periodo della cortina di ferro, o anche di fresca costruzione, i rifugi non sono pochi, ma le differenze tra gli Stati sono tante. A partire dalla scelta principe, e cioè se mantenerli o no in funzione e per cosa usarli. Ogni Paese ha linee guida e infrastrutture diverse, ognuno ha accolto le preoccupazioni della popolazione civile in modi differenti.  

«Se riesci a cavartela da solo per tre giorni in caso di crisi, le autorità possono concentrarsi sulla stabilizzazione della situazione e sull’aiuto dove il bisogno è maggiore». Questa è l’indicazione che l’agenzia danese per le emergenze dà ai cittadini. Non si parla solo di guerra ma anche di eventi meteorologici estremi, attacchi informatici o sabotaggi, altri incidenti e problemi tecnici. L’agenzia, sul suo sito, elenca una serie di consigli per gestire autonomamente la crisi quel tanto che basta a dare alle istituzioni il tempo di intervenire.

La vicina Svezia offre 64 mila rifugi pubblici per i cittadini, come si legge sul sito dell’Agenzia per la difesa civile e la resilienza, organizzata sotto il Ministero della Difesa. Anche tutti gli altri ministeri hanno una sezione dedicata alla preparedness per le loro specifiche competenze. Le persone non hanno assegnazioni particolari: ogni svedese può consultare la mappa e scegliere il rifugio più vicino da utilizzare in caso di emergenza. In tempo di pace, invece, i rifugi possono essere adibiti ad altri usi, con l’unica limitazione che in caso di bisogno siano pronti entro due giorni. A ogni cittadino viene fornita una lista di oggetti essenziali da portare con sé nel bunker, come torcia elettrica e articoli per l’igiene. A fine 2024 aveva fatto parlare la scelta del Governo svedese di distribuire alla cittadinanza un opuscolo dal titolo In case of crisis or war con le linee guida in caso di attacco o di emergenza. 

La Francia, potenza nucleare, non dispone di rifugi utilizzabili in caso di crisi o guerre. Sul sito della protezione civile i cittadini sono informati delle procedure da seguire in caso di emergenze, come eventi climatici estremi: avere con sé il kit d’emergenza dell’Unione Europea e seguire una guida pratica fornita dal Governo. Sul suolo francese esistono bunker e rifugi antiatomici lasciati in eredità dalle guerre, ma non ci sono dettagli né informazioni in merito: sembra che queste strutture non siano state mantenute in funzione per far fronte a possibili emergenze. 

La Germania, invece, presenta dati aggiornati a riguardo: come riportato dal Bundestag a gennaio 2025, dei 2.000 rifugi pubblici originari, 579, con circa 478.000 posti, sono attualmente sotto la protezione civile. Tuttavia, secondo il governo federale, le strutture non sono né funzionali né operative. L’esecutivo tedesco ha spiegato il motivo di questa scelta: «Nel 2007 il governo federale, in accordo con gli Stati e sulla scia del dividendo di pace, ha deciso di abbandonare il concetto di costruzione di rifugi, di interrompere la manutenzione funzionale dei rifugi pubblici e di liberarli gradualmente dagli obblighi di protezione civile». Lo sviluppo e l’attuazione di un concetto nazionale di rifugio vengono portati avanti in stretta collaborazione tra il governo federale, gli Stati e i comuni. «A causa della complessità della questione, non è ancora possibile stabilire una tempistica definitiva», prosegue la nota sul sito. 

In Italia è la Protezione Civile a gestire le emergenze sul territorio nazionale. Sul sito del Dipartimento sono elencate le principali situazioni critiche: eventi idrogeologici, incendi e anche rischi legati a incidenti nucleari chimici o batteriologici (Nbcr). Ma nell’eventualità di un attacco militare, o di situazioni di crisi di tipo intenzionale che coinvolgano l’intero Paese, si parla di difesa civile. In questi casi subentra direttamente il ministero dell’Interno, che ospita anche un tavolo interministeriale per tenere aggiornati i piani. Ogni provincia ne ha uno, a cura della locale prefettura. Ogni comune ha poi l’obbligo di studiare e presentare il proprio piano di protezione civile sulla base del territorio e delle infrastrutture che ospita. Il documento contempla anche aree di attesa, accoglienza e ricovero per la popolazione colpita da emergenze di diversa natura. Per quanto riguarda i bunker veri e propri, neppure le più alte cariche dello Stato ne avrebbero a disposizione. Da fonti vicine al Quirinale trapela che in caso di guerra neanche il Presidente della Repubblica avrebbe un bunker dove andare.