Una realtà non basta più
Tra digital resurrection, telepresenze e ologrammi in sala operatoria.
Quando il mondo virtuale invade quello materiale
Siete chiusi in casa da settimane. La pandemia di coronavirus ha paralizzato l’Italia e per lavorare, studiare o tenervi in contatto con amici e parenti dovete tenere gli occhi incollati su uno schermo. Lo chiamano telelavoro, videochiamata, smart-working. In realtà è stress per gli occhi, sovraccarico per il cervello, mal di testa prima di addormentarsi. Non sarebbe tutto più semplice se poteste avere i vostri capi, le vostre professoresse di matematica, i vostri migliori amici proprio lì, rimpiccioliti sulla scrivania mentre vi parlano? Sembra Star Wars, ma il mondo degli ologrammi è ormai nella vita di tutti i giorni, dalle sale operatorie ai palchi dove cantanti defunti possono “risorgere” digitalmente: una realtà virtuale che integra, si mescola e amplifica ciò che vediamo con gli occhi. La porta d’ingresso di un mondo che supera ogni barriera fisica e ci proietta nel futuro. Proprio come in Star Wars.
Un disegno totale
Avete presente quando appoggiate il telefono sul cruscotto e il vetro del parabrezza proietta un riflesso tridimensionale dello schermo? Quello è un ologramma. E quella filigrana 3D stampata sugli euro che abbiamo in tasca? Anche quello è un ologramma. Per capire il fenomeno è utile partire dall’etimologia. “Olografia” deriva dal greco antico holos, “tutto”, e grafè, “scrittura”. Possiamo tradurlo con “immagine del tutto”. È il fenomeno ottico che ci permette di vedere la tridimensionalità di qualcosa che altrimenti sarebbe bidimensionale. Una sorta di “disegno totale”. Un gioco di percezione creato ad hoc per dare l’illusione delle tre dimensioni.
Alla base di ogni ologramma c’è un’interferenza. Per creare artificialmente un’immagine olografica si proietta un fascio di luce laser sia verso l’oggetto da riprodurre, sia verso una lastra di materiale sensibile. Grazie a un gioco di specchi, la luce che arriva dalla sorgente interferisce con quella riflessa dall’oggetto. Sulla lastra si formano quindi delle linee, chiamate frange di interferenza: queste contengono l’informazione sulla tridimensionalità. Quando poi bisognerà proiettare l’immagine olografica, basterà illuminare la lastra con un altro fascio di luce laser. Ed ecco che avremo l’illusione della tridimensionalità.
Questo è il principio di base per le immagini statiche. L’invenzione dell’ologramma valse all’ungherese Dennis Gabor il premio Nobel per la fisica del 1971. Ma se oggi potessimo già trasmettere un ologramma di noi stessi, che si muove e parla in tempo reale? La nostra percezione della realtà non è mai stata così in mano alla tecnologia.
Ologrammi in tempo reale
«Non si può sparare una luce dal basso verso l’alto e avere una persona che parla live. Gli ologrammi oggi non si fanno come in Star Wars, servono dei set olografici o dei visori di realtà mista». Sabrina Baggioni, head of 5G and tribe lead products, services and platforms di Vodafone, spiega perché sia necessario spingere sull’investimento nella tecnologia 5G, «il massimo prima di poter arrivare ai livelli dei film». Quando si parla di 5G si intendono le tecnologie di ultima generazione (5th generation, quinta generazione), con i più alti standard di velocità e prestazione. «Abbiamo iniziato a investirci all’inizio del 2018. A giugno 2019 le città di Milano, Roma, Bologna, Napoli e Torino erano già coperte da una rete nazionale. Sarà il 2021 l’anno in cui potremo dire che il 5G è in tutto il Paese: due grossi operatori come Vodafone e Tim saranno attivi su più di 100 città e il numero di terminali con questa tecnologia sarà più significativo, grazie a un costo più accessibile per un mercato di massa».
L’impatto del 5G sul mondo degli ologrammi è decisivo, soprattutto nello sviluppo della sua ultima frontiera: la telepresenza. «Per consentire l’interazione in tempo reale tra ologrammi e persone in carne e ossa, c’è bisogno di due prerogative imprescindibili del 5G: banda molto elevata e latenza bassissima», continua Baggioni. «Banda elevata significa far passare istantaneamente da un posto a un altro una mole di dati enorme per garantire la proiezione». Perché l’ologramma è una proiezione tridimensionale nitidissima, ma pur sempre una proiezione. «Latenza bassa significa invece quasi azzerare il tempo tra invio e ricezione del segnale, perché il flusso video sia il più sincronizzato possibile con il flusso audio. È così che nel 2019 abbiamo potuto portare Gianna Nannini sul palco di X-Factor a Milano mentre lei si esibiva a Berlino. Tutto grazie a un ologramma live, reso possibile dalla tecnologia 5G».
Materializzarsi sul palco
«Il mondo si sta rendendo conto della grande forza degli ologrammi». Federica Palma, executive director di Studio Tangram, intravede già come potrebbe essere il futuro della comunicazione: «Si parte dall’idea che il livello di partecipazione dipende dal senso di completezza nell’interazione. Perché non ci si accontenta di ascoltare la musica a casa, ma si va ai concerti? Il pregio degli ologrammi è quello di non isolare la persona nel mondo virtuale, ma farle percepire anche tutto ciò che fa parte della sua realtà».
Studio Tangram da più di dieci anni realizza ologrammi nel settore della comunicazione e di servizi per l’intrattenimento. L’elemento cardine è la realizzazione di teatri olografici: «Per la costruzione di una struttura che ospiti un ologramma a dimensioni reali c’è bisogno di almeno una decina di tecnici. Devono essere installati una sorgente d’immagine e un impianto audio», continua Palma. Una volta realizzato il teatro, si può procedere a mettere in scena l’ologramma live, cioè la telepresenza: «Nel nostro studio di registrazione viene configurato e lanciato un segnale, che ricevono i teatri olografici installati anche a migliaia di chilometri di distanza. Si riesce così a materializzare il soggetto: sul palco il pubblico vede “qualcuno” che in realtà non c’è». Con la telepresenza chiunque può esibirsi simultaneamente su molti palchi. Anche un politico: «Nel 2014 in India il premier Nerendra Modi ci ha contattati per sfruttare questo mezzo nella sua campagna elettorale. Ha potuto comparire in tempo reale su 154 palchi in tutto il Paese, raggiungendo anche zone di difficile accesso e rendendo la sua comunicazione politica altrettanto efficace». Gli esperti del settore sanno che sono due i fattori che contano davvero in un ologramma: le dimensioni e l’interazione. «Un conto è avere un ologramma piccolo, un altro averlo a dimensioni reali. Cambia completamente la percezione e la sua capacità comunicativa». Ma non basta, serve anche un rapporto diretto con l’ologramma: «Le persone in carne e ossa che gli stanno affianco sul palco hanno due punti di riferimento, uno di fronte e uno a terra. In questo modo si possono spostare e parlargli, come se se si trovasse realmente al loro fianco».
Le città raggiunte dal premier indiano Nerendra Modi con una sola telepresenza nel 2014 (record mondiale)
Tra bisturi e proiezioni 3D
«Immagina di avere un cuore battente sulla scrivania, un menù a tendina sul muro e un menù per la manipolazione del modello proprio lì, vicino alla porta». Così descrive l’ultima frontiera degli ologrammi Filippo Piatti, uno dei fondatori della start-up Artiness. Con due colleghi di dottorato al Politecnico di Milano, Omar Pappalardo e Giovanni Rossini, dal marzo 2018 Filippo si è dedicato allo sviluppo di una tecnologia che ha un impatto pratico sulle operazioni in ospedale. «Abbiamo scoperto l’ologramma quasi per caso, quando Microsoft ha iniziato a rilasciare un po’ di informazioni sui visori Hololens. È stata un’illuminazione: abbiamo visto subito un potenziale enorme».
Il procedimento di elaborazione olografica parte da dati e immagini che vengono acquisiti sul paziente: tac, risonanze magnetiche, radiografie. Questo linguaggio medicale viene poi tradotto in modelli tridimensionali, che hanno bisogno di un supporto. E qui entra in scena il visore di mixed reality. «La persona che lo indossa è come se avesse un occhiale che non gli ostacola la vista: può continuare a percepire il mondo che lo circonda, a interagire con le persone, a camminare», racconta Piatti. È un sistema che si definisce stand alone, cioè indipendente: praticamente è come avere un computer sugli occhiali. «Nello spazio in cui ci si muove si possono inserire elementi olografici tridimensionali. La tecnologia si basa su sensori di mapping tridimensionale della stanza e il software acquisisce informazioni sulla geometria del luogo in cui ci si trova». Ecco allora che il software riconosce quando ci guarda verso la porta, facendo comparire il menù di manipolazione, o quando ci si gira verso la scrivania per visualizzare il cuore battente del paziente.
i visori di realtà mista durante un’operazione al cuore
Sta aumentando la consapevolezza dei medici su questa tecnologia.
Fino a un anno fa era difficile anche far capire cos’è un ologramma e perché può essere utile
Dimenticare o rivivere per sempre
In un episodio della serie fantascientifica Westworld uno dei protagonisti chiede ad una donna androide appena incontrata se questa sia «reale». Lei risponde con una domanda: «Se non riesci a capirlo, è così importante?». Siamo ancora lontani da un mondo in cui è impossibile distinguere una persona da un robot iper-realistico. Ma siamo su quella strada. La tecnologia è già in grado di riprodurre la realtà umana e “ingannare” il nostro cervello.

