VUOTI A RENDERE
Milano e il suo patrimonio dismessoStorie di abbandono e di rinascita
Un patrimonio abbandonato. Sembra un controsenso. Un ossimoro. Eppure in Italia, anche nella laboriosa e produttiva Milano, c’è un’enorme ricchezza lasciata all’incuria. È composta da immobili dismessi, edifici incompiuti, altri completati ma travolti da fallimenti e mai abitati, insediamenti “congelati” in attesa di permesso burocratici. Un arcipelago di fabbriche, scuole, cascine, caserme ed ex uffici consegnati al degrado. Una piccola città dentro la città. Quanti sono? Il Comune di Milano ha censito 260 luoghi abbandonati. Secondo le stime della società immobiliare internazionale Cushman&Wakefield è vuoto il 6,8% degli uffici nelle aree centrali, il 16% nelle periferie, il 13% nell’hinterland. Per quanto riguarda il settore residenziale, 30mila sarebbero gli appartamenti sfitti o inutilizzati. Se si parla di edifici pubblici, a livello nazionale gli immobili a disposizione non utilizzati dalla pubblica amministrazione valgono 7 miliardi. Una ricchezza enorme, quanto difficile da calcolare. E che, se abbandonata, diventa un costo per tutti. A partire da manutenzione e sorveglianza. In certi casi si tratta anche di aree contaminate, ma bonificare costa troppo. E così la situazione non fa altro che peggiorare.
Nel 2015 l’architetto Leopoldo Freyrie avrebbe voluto trasformare l’area nel più grande quartiere ecologico d’Italia: palazzine e attività commerciali lungo i bordi e verde al centro. Della proposta, però, non se n’è fatto nulla e lo scorso 9 marzo Invimit – la società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia proprietaria dell’area e incaricata della sua valorizzazione – ha pubblicato un bando per la cessione dei terreni. Un interessato di alto profilo, secondo le indiscrezioni, ci sarebbe: l’Inter di Suning, che lì ci vedrebbe bene la nuova Pinetina, con campi da calcio per la prima squadra e per la Primavera, un centro specializzato in medicina sportiva, un albergo, negozi. E con San Siro a soli due chilometri di distanza.
L’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran, mette le mani avanti: qualunque modifica delle volumetrie edificabili e della destinazione d’uso dell’area deve essere inserita nel Pgt, il Piano di governo del territorio che deve essere approvato dal consiglio comunale. Niente Pinetina, insomma, senza un progetto condiviso. Ma non nega che l’idea di destinare tre quarti dei terreni «a verde e impianti sportivi di natura privata» è al vaglio di Comune e Invimit, e che «l’idea di tutto parco e zero volumetrie cozza con i diritti edificatori già esistenti». La partita resta aperta, mentre il quartiere aspetta il proprio riscatto.
Di fronte agli ex laboratori c’è la stazione ferroviaria: promessa ai tempi d’oro dell’azienda, per uno scherzo del destino è stata inaugurata in concomitanza con il suo fallimento. Due anni fa gli studenti di un liceo artistico l’hanno decorata con una serie di murales che raccontano la storia del polo: ci sono Adriano Olivetti ed Enrico Fermi, l’ingegnere Mario Tchou e l’Azzurra, la barca a vela che negli anni Ottanta affrontò l’America’s Cup grazie alla tecnologia Olivetti. Una sorta di mostra permanente. Come a dire che se i luoghi non si possono salvare, il ricordo, almeno quello, sì.
L’idea nasce nell’inverno dell’anno scorso, quando Sogemi – la società al 99% posseduta da Palazzo Marino e proprietaria dell’area – decide di vendere la struttura in cui ha trovato casa Macao per riqualificare parte dell’ortomercato adiacente. Ma il collettivo vuole portare avanti la sua attività: concerti, mostre, laboratori, eventi legati a teatro, cinema e letteratura, tutto a ingresso libero e con un palinsesto di iniziative suscettibile alle proposte di ognuno. «Al Comune e a Sogemi abbiamo risposto che eravamo disponibili a comprare noi», spiega Emanuele Braga di Macao. Una proposta azzardata, ma non folle. Tanto che l’amministrazione allora guidata da Giuliano Pisapia la accetta.
La partita, certo non è semplice. Ma a gennaio Macao ha proposto al Comune un primo piano d’azione. Per l’acquisto il collettivo è disposto a pagare una cifra tra i 5 e i 10 milioni di euro, a cui si aggiungerebbero circa 1,5 milioni per il primo intervento di rinnovamento. L’incognita è la concorrenza: se l’assegnazione dell’immobile avvenisse attraverso un bando pubblico, sarebbe difficile competere con gli altri soggetti interessati. Al momento la situazione è in fase di stallo: l’amministrazione fatica a trovare una via d’uscita che permetterebbe di assegnare la palazzina al collettivo, ma rimane sensibile alla questione. Nei primi mesi del 2018, però, il Comune ha riportato l’ex macello sotto la sua diretta proprietà. Un gesto che fa ben sperare per il futuro di Macao e che aprirebbe la strada ad altre esperienze simili.


