Le proteste in Iran proseguono da circa tre settimane. Sono iniziate il 28 dicembre contro il regime dell’ayatollah Ali Khamenei e la condizione economica del Paese. Migliaia di manifestanti sono morti per le strade e, secondo il Time, in soli due giorni di repressione le forze dell’ordine avrebbero ucciso circa 30mila persone. È difficile avere informazioni più dettagliate sulle condizioni di Teheran perché dall’inizio delle contestazioni il governo centrale ha imposto un blackout della rete internet globale per isolare i cittadini. Una scelta che ha aggravato la situazione economica della nazione con ripercussioni su settori chiave, dai viaggi alle esportazioni. Il 25 gennaio, i media iraniani hanno citato il viceministro dell’Informazione e Comunicazione Ehsan Chitsaz, secondo cui la chiusura costa al Paese tra i 3 e i 4 milioni di dollari al giorno.
Economia al collasso – Secondo il ministro Chitsaz, i danni più gravi sono stati per la pubblicità digitale e per il turismo: «In un clima di tensione e incertezza, le aziende non effettuano ordini. Quando le interruzioni di Internet diventano routine, non c’è più un pubblico, una piattaforma stabile o la fiducia per una pianificazione a lungo termine». Nonostante la presa di posizione, le stime di Chitsaz sarebbero al ribasso. Secondo il monitoraggio di Netblocks, gruppo di giornalisti investigativi in ambito tecnologico, ogni giorno il blocco di internet costa all’Iran 37 milioni di dollari al giorno.
?? Update: #Iran‘s internet blackout continues in its third week despite a brief momentary restoration of international connectivity around hour 375. Online platforms are occasionally whitelisted and some users have been able to tunnel out over the last couple of days. pic.twitter.com/bsHuOF91rt
— NetBlocks (@netblocks) January 24, 2026
Rispetto ai primi giorni, le proteste sono diminuite ma le restrizioni sulla rete sono rimaste perché necessarie per contrastare «le operazioni terroristiche straniere», ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Una scelta che aggrava una condizione economica già vicina al collasso. L’inflazione del Paese è cronica e si attesta al 42 per cento, a cui si aggiungono sanzioni internazionali e una valuta al collasso. Il rial iraniano al momento vale 1,4 milioni per dollaro. Il blocco della rete ha tolto una delle poche ancore di salvezza per i cittadini con attività di commercio digitali basate su piattaforme come Instagram, WhatsApp e Telegram. Teheran avrebbe una base di utenti Instagram di oltre 30 milioni, spina dorsale dell’economia informale del Paese.

Immagine generata con Intelligenza artificiale
Il figlio del presidente – Quello che prosegue dal 28 dicembre è uno dei blocchi internet più lunghi nella storia iraniana. Non è però la prima volta che accade, anche se in passato sono stati blackout molto più brevi. Gli ultimi casi sono state le manifestazioni del 2022-2023 dopo la morte in custodia di Mahsa Amini, oppure durante la guerra dei 12 giorni con Israele nel giugno 2025. Per quanto riguarda le proteste di queste settimane il primo segnale di distensione è arrivato a sorpresa dal figlio del presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian. Yousef Pezeshkian, come riporta The Guardian, ha chiesto la revoca delle restrizioni alla rete perché il blocco «creerà» ulteriore insoddisfazione e «amplierà il divario tra la popolazione e il governo». «Chiudere internet non risolverà nulla, servirà solo a rinviare il problema», ha concluso.
I danni all’economia mondiale – Bloccare internet all’interno di un Paese intero è una strategia politica che causa sempre elevati danni economici. Si stima che nel 2025 gli shutdown della rete abbiano causato all’economia mondiale perdite per 20 miliardi di dollari. Quello iraniano infatti non è un caso isolato. Nel 2024 ci sono stati 296 blocchi in 54 Paesi diversi. Tra questi ci sono la Malesia, la Thailandia, El Salvador e perfino la Francia che durante le proteste del maggio 2024 in Nuova Caledonia ha bloccato TikTok nei territori dell’isola nel Pacifico. Il primato però spetta al Myanmar, che proprio in questi giorni sta controllando internet per le elezioni in corso. In guerra civile dal 2021, il governo birmano ha bloccato internet 85 volte in un solo anno. Il secondo posto va all‘India con 84, in particolare per le rivolte indipendentiste nella regione del Kashmir.




