«Sul volto di mio figlio ho visto tutto il male del mondo». A queste parole della mamma di Giulio Regeni deve il nome il documentario nelle sale dal 2 al 4 febbraio «Giulio Regeni – Tutto il male del mondo», che ricostruisce la storia del ricercatore friulano a 10 anni dalla sua morte. Attraverso atti processuali e testimonianze il film, diretto da Simone Manetti e distribuito dalla casa di produzione Fandango, ripercorre le tappe del sequestro e dell’uccisione di Regeni, avvenuta al Cairo il 25 gennaio 2016. Da allora le piazze, i municipi e le vie di tutta Italia si sono tinti del giallo degli striscioni che chiedevano «verità per Giulio Regeni». Una mobilitazione così grande da non poter restare inascoltata, che ha stupito anche il governo del Cairo che forse intendeva trattare la morte di Regeni come quella di un qualsiasi dissidente egiziano e che forse, a dieci anni dai fatti, potrebbe dare i suoi frutti.

Giulio Regeni
La vicenda – Nel gennaio 2016 Giulio Regeni, ventisettenne dottorando all’università di Cambridge, si trovava al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Il 25 gennaio scomparve nel nulla e il suo cadavere venne ritrovato nove giorni dopo sul ciglio di una strada con evidenti segni di violenza e torture.
Il processo – Dalla scomparsa di Regeni si sono susseguiti una sequenza di depistaggi, ostacoli diplomatici da parte del regime egiziano di Abdel Fattah al-Sisi e versioni contraddittorie, che per molto tempo hanno bloccato lo svolgimento dell’inchiesta sulla morte del ricercatore. Il film segue il percorso giudiziario arrivato nel 2024 all’apertura del processo a Roma contro quattro agenti della National Security egiziana, per il momento fermo in attesa delle pronuncia della Consulta. Durante la cerimonia di presentazione del film l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, si è detta ottimista nei confronti dei prossimi passi: «Abbiamo sempre e solo cercato la verità, e sta emergendo tutta. La Corte Costituzionale deve deliberare se i consulenti della difesa saranno a carico dello Stato. Poi ci saranno le discussioni: ci siamo quasi. Grazie ai testimoni, persone che hanno rischiato la propria vita. Sono persone eroiche, due di loro sono cittadini di Gaza, rimaste vittime del genocidio e non ci sono più».
Nel documentario la vicenda processuale è raccontata dei genitori del ricercatore, per i quali il processo «non è solo simbolico», ma «rappresenta la conferma dei valori della una società civile». In un’intervista a Repubblica, Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno scelto una frase che dà il titolo ideale al decennio trascorso: «Dieci anni senza Giulio, ma siamo rimasti umani e lui fa ancora cose». Giulio “fa cose” perché la sua storia continua a generare consapevolezza, mobilitazione, domande scomode. Alla presentazione era collegata in streaming anche la famiglia di Alberto Trentini, il cooperante rimasto prigioniero per oltre un anno nel carcere venezuelano di El Rodeo, a Caracas. «La storia di Giulio potrebbe essere quella di tantissime famiglie, di giovani di mentalità aperta che viaggiano e si interessano – hanno affermato i coniugi Regeni -. Se i nostri giovani vanno all’estero per formarsi ma se poi non tornano è un problema cronico del Paese».




