Nessun partito che lotta per la democrazia, attivista in carcere in attesa di condanna. Hong Kong non è più sé stessa, e non lo è ormai da più di cinque anni. Nel 2020, sull’onda delle proteste pro democrazia del 2019, il governo cinese aveva virtualmente messo fine al sistema “un paese, due sistemi” che proseguiva dal 1997, anno in cui il Regno Unito restituì la città alla Cina. La vivacità di Hong Kong, che da colonia britannica dal 1841 divenne uno dei principali centri finanziari mondiali, derivava da un accordo particolare, secondo il quale sarebbe stata l’unica città cinese libera, dove i media non erano censurati e la libertà di espressione garantita. Nel firmare l’accordo il Regno Unito impose alla Cina un lasso di tempo di 50 anni (dunque fino al 2047) nel quali si sarebbero dovute garantire queste condizioni, offrendo in cambio alla Cina una porta d’accesso ai mercati finanziari occidentali e un porto franco in cui far affluire capitali, turisti e cultura occidentali.

La fine di Hong Kong – Ma a partire dal 2014, e con maggiore intensità dal 2019 in avanti, la Cina ha cominciato a revocare alcune delle libertà di cui la città aveva goduto negli ultimi decenni, avviando una politica di progressiva assimilazione. Questo ha provocato proteste di piazza culminate nelle enormi manifestazioni del 2019, che Ispi ripercorre qui. Inutile aggiungere che dall’anno successivo, con il Covid a paralizzare economia e decisioni politiche, l’interesse cinese nello stringere ancor di più i lacci intorno alla libertà di Hong Kong è aumentato vertiginosamente, portando all’emanazione di una prima legge sulla sicurezza, che dava alle autorità ampissimo margine per accusare di «sedizione, sovversione e secessione» chiunque si opponesse o anche soltanto criticasse il regime. La seconda legge, approvata nel 2024, ha caratteristiche simili, e ha dato il via ai due eventi che oggi certificano la fine della favola di Hong Kong.

Fine della democrazia – Lo scorso febbraio il Partito Democratico di Hong Kong, il principale partito pro-democrazia della regione amministrativa speciale cinese, ha iniziato il processo di smantellamento a causa delle sempre più insistenti pressioni del governo di Xi Jinping. Dieci mesi più tardi, ovvero domenica 14 dicembre, lo stesso partito ha approvato una risoluzione per ufficializzare il suo smantellamento, con 117 voti favorevoli su 121 aventi diritto. Il processo era iniziato perché il suo presidente, Lo Kin-hei, aveva «considerato il contesto politico generale di Hong Kong e tutte le possibilità future» e si era reso conto che le condizioni in cui svolgeva la propria attività erano sempre più complicate. Il partito infatti non aveva più rappresentanti nel parlamento locale, e cinque tra i suoi membri più influenti, tra cui l’ex leader Wu Chi-wai, sono in carcere per aver violato la dura legge sulla sicurezza nazionale del 2020.

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Non più attivismo – Hong Kong era famosa anche per il suo attivismo militante, per la responsabilità che determinati personaggi si assumevano a favore della democrazia. L’ultimo passo verso la fine di questa realtà è stato compiuto lunedì 15 dicembre, con il giudizio di colpevolezza attribuito a Jimmy Lai, editore e attivista per la democrazia, che a 78 anni attende la sentenza per il prossimo 12 gennaio per i reati di «cospirazione per colludere con forze straniere», per cui può essere previsto anche l’ergastolo. Lai è in carcere dal 2020, dopo essersi espresso a favore delle grandi proteste dell’anno precedente. Si era trasferito a Hong Kong dalla Cina quando aveva 12 anni e, dopo la repressione di piazza Tiananmen a Pechino del 1989, divenne un sostenitore della democrazia e un critico del regime cinese. Entrò nel mercato dei media con un primo giornale, Apple Daily, che fondò 1995, due anni prima che il Regno Unito restituisse la colonia alla Cina. Il quotidiano divenne espressione del movimento pro democrazia ma dopo il suo arresto, il giornale venne chiuso pochi mesi più tardi. Il suo arresto e il processo che ne è derivato è uno dei casi più emblematici del declino di Hong Kong e della stretta che il governo cinese sta attuando sulla città, mentre la sua posizione è al centro di un caso diplomatico in cui è coinvolto Donald Trump.

È sempre Cina vs Stati Uniti? – Durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2024, Donald Trump si espresse in modo piuttosto netto sulla sua liberazione: «Lo farò liberare al 100 per cento, sarà facile tirarlo fuori». Da quel momento sono passati più di dodici mesi e Lai è rimasto in carcere in cui ha superato i 1.600 giorni dal momento dell’incarcerazione. Più recentemente poi, Trump si è rimangiato quelle dichiarazioni: «Non ho detto che lo avrei fatto liberare al 100 per cento, ma che al 100 per cento avrei provato a porre la questione», perché pare che il presidente Xi Jinping non sia «entusiasta» all’idea di liberarlo. Oltre agli Stati Uniti però, anche il Regno Unito è interessato alle sorti del 78enne perché dal 1996 è cittadino britannico. il primo ministro Keir Starmer ha parlato del suo caso con Xi nell’incontro di novembre 2024 al vertice del G20 in Brasile ma ancora nessuna mossa è stata fatta per procedere alla sua liberazione.

Le strade centrali di Hong Kong sono state bloccate dai manifestanti per tutta la notte

Questioni economiche – Se politicamente la vita di Hong Kong si sta disfacendo sotto la forza delle pressioni cinesi, il declino della città sta riguardando anche il settore culturale ed economico fino a questo momento centrali nell’economia globale. Come anticipato, Hong Kong è stato per decenni il terzo centro finanziario del mondo, alle spalle solo di New York e Londra, ma recentemente ha perso la sua posizione a favore di Singapore. Le aziende occidentali stanno gradualmente lasciando la città, i turisti diminuiscono anno dopo anno, giornalisti, imprenditori e avvocati vengono incarcerati a causa della legge sulla sicurezza e finanche la vita notturna è cambiata drasticamente. La censura sta anche demolendo l’industria culturale di Hong Kong: se un tempo i i giovani cinesi guardavano i film e ascoltavano la musica pop di Hong Kong (il cosiddetto “cantopop”), oggi sono gli hongkonghesi a importare i prodotti culturali dalla Cina. Sulle questioni economiche si è pronunciato Stephen Roach, influente uomo d’affari americano, che dopo aver scritto un articolo in cui diceva che «Hong Kong è finita», ne ha scritto un secondo sul South China Morning Post, il più importante giornale hongkonghese in lingua inglese. Qui ha scritto che ama Hong Kong, che continua a visitarla più volte all’anno, ma che tanti suoi amici e colleghi si sono trasferiti in altri paesi, e che l’inquietudine per la repressione cinese è come «una nuvola nera» sulla città.